174 – 17 gennaio, Sant’Antonio, il falò e l’Abbazia di Morimondo

Falò di Sant'Antonio - Morimondo

All 16.30 precise, proprio oltre le mura di cinta dell’Abbazia, gli edifici gialli ocra del complesso monastico a stagliarsi contro il cielo terso alle mie spalle, il tramonto a dipingere di rosso le guance e la campagna tutt’intorno, viene accesso il Falò di Sant’Antonio a Morimondo.

Osservo rapita i legnetti e i bancali accatastati bruciare lentamente, quasi con riluttanza, prima di lasciarsi travolgere dalle fiamme.
Il cielo è azzurro ritocco, il sole fa ancora capolino oltre la catasta. Tutto sa di antico in questo borgo che parla di medioevo e campagna, calma, lentezza.

Ci penso: non ho mai visto accendere un falò.

La mente corre ai tempi passati. Quando questo era un rito propiziatorio legato non tanto al culto di Sant’Antonio quanto all’andamento delle stagioni, alla necessità di auspicarsi un raccolto ricco dopo la semina e un nuovo anno di successi e prosperità.
Di culto in culto, di usanza in usanza. Fino a oggi. Quando la collettività non imputa all’atto nessun significato particolare se non quello di regalare un momento di svago alle famiglie annoiate nella gelida domenica di gennaio.
Ci sono bambini che corrono pericolosamente vicini alle fiamme, adulti che scattano foto pronte per essere condivise, anziani giudicanti in grado di raccontare i falò degli ultimi 30 anni.
Dietro di noi, a ridosso delle mura, vengono distribuiti vin brulé, cioccolata calda e chiacchiere. Le prime di stagione. Per esprimere il secondo desiderio dell’inverno.
Falò di Sant'Antonio - Morimondo

Guardo la catasta di legni prendere fuoco. E’ la prima volta che vedo accedere un falò. Dicono che il falò di Sant’Antonio sia di buon auspicio. Dicono.
E io sono completamente rapita da tutto quello che mi circonda: il gelo dell’inverno, il cielo azzurro tinto dalle striature rosa del tramonto, la campagna geometrica che mi circonda, le fiamme che lapillo dopo lapillo salgono al cielo, il fumo giallo dietro cui volano aeroplani lontani.
E’ il 17 gennaio. Non sono religiosa. Non mi interessa il culto dei santi. Non ho nessun dio particolare a cui votarmi se non il mio, personale e unico, compagno di lunga data, che odio e amo e che mi porto dietro da sempre.
Ma è Sant’Antonio. Io ho bisogno di dar fuoco al passato. E ingraziarmi gli dei. Per un anno migliore. Per un raccolto prospero. Per una semina fruttuosa.

E’ il 17 gennaio. E questo è il racconto (quasi interamente fotografico) di questa giornata fuori porta.
Alla scoperta della Lomellina, dell’Abbazia di Morimondo, della cucina tipica della zona e di Sant’Antonio. Il Santo che protegge gli animali e a cui è associato il fuoco, il fuoco che brucia e il fuoco che purifica. E che per me quest’anno rappresenta il simbolo a cui votarsi per effettuare il salto. Lontano dal buio. Oltre la siepe. Continua a leggere