96 – La metropoli della bambina

Se da bambina mi domandavano dove avrei voluto vivere da grande, senza esitazioni rispondevo Milano. E poi Torino. A un certo punto ho aggiunto anche Roma alla lista. Ma tutto sommato, da allora, il mio elenco (italiano) si è fermato a queste tre.
Pur riconoscendo, in seguito, il fascino di tutte le altre (Venezia, Bologna, Genova, le toscane tutte, Perugia, Palermo, Lecce, Bari, Verona, Mantova, Ferrara…), pur ammettendo i vantaggi che potrebbero derivare dal vivere in una città d’arte e cultura, un piccolo grazioso centro storico, persone calde che si salutano lungo la via, negozi a gestione familiare, parcheggi per tenere lontane le automobili, vie pedonali, estati calde e inverni miti, pur sapendo che possono esserci altrove condizioni di vita migliori, io ho bisogno, profondamente bisogno, della metropoli caotica, devastante, brutta nel suo grigio smog, traffico inquinato.
Ho bisogno dell’indifferenza della gente che non è poi del tutto indifferente.
Ho bisogno di uscire per strada e sentirmi numero in mezzo ai numeri, anima solitaria che nessuno salverà in caso di morte. Ho bisogno di non avere bisogno di niente e nessuno.
Immagine di me che mi perdo in un dedalo di vie senza fine, tank testardo che prosegue a testa alta, da solo.
Io ho bisogno della metropoli.
E questo lo capivo e percepivo anche da bambina, quando la mia conoscenza del mondo si limitava a casa mia. Quando alla domanda: dove ti piacerebbe vivere da grande?, sicura, senza un secondo di esitazione, rispondevo: a Milano. O forse anche a Torino.

Torino che a guardarla con gli occhi di un’adulta proprio metropoli non è. Né per i numeri. Né per quel suo essere isolata nel profondo Nord. Taciturna e poco chiacchierata. Gente che non fa troppo parlare di sé.
Torino, gli scioperi dei metalmeccanici e le imprese della Juve.
Torino che negli ultimi 10 anni ha preteso il riscatto e si è imposta alle cronache per eventi e iniziative (le Olimpiadi invernali, un successo planetario; i festeggiamenti per il 150° dell’Unità d’Italia; le mostre d’arte e le ristrutturazioni di grande valore; la musica d’avanguardia e i gruppi ribelli venduti a fior di concerti in tutta la penisola).
Torino. Dove a pensarci ora non so se proprio ci vivrei. Mi sta stretta Milano, non potrei andare d’accordo con la sorellina minore.
Ma che nella mia testa rimane “la metropoli“. Per quel suo non essere sfacciatamente bella, sfacciatamente artistica, sfacciatamente estetica. Perché è una città di conquista dove la gente va (andava) per trovare lavoro. E, quindi, c’è un po’ di tutto, bianchi e neri, nobili e proletari, cattolici e mussulmani.
Perché non è solo il suo centro storico e rimane terra di frontiera dove i sogni di miglioramento sono ancora possibili.

Nel weekend acquoso dell’autunno complicato, sotto a una pioggia torrenziale che penetrava gli ombrelli incollando le foglie rosse al marciapiede e alle scarpe, mentre Genova crollava colpita da uno schiaffo d’acqua, siamo tornati a Torino.
E questo è quello che abbiamo visto nella metropoli della mia infanzia.

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