140 – Ulica Józefa (e le altre)

Schindler's List: il cortileIn Ulica Józefa ci siamo capitati per caso, attraversando il cortile che fu di Spielberg e forse mai degli Ebrei di Schindler e che ora ospita un bar all’aperto e un ristorante di cucina polacca. E tante foto a ricordare che il grande regista passò di qua.
Di Kazimierz, il quartiere ebraico di Cracovia sin dal XV secolo, non avevamo ancora visto nulla. Era un nome tra gli altri. E una decina di vie da percorrere per visitare questa o quella sinagoga, mercato, museo.
Il fascino vagamente malandato del quartiere, con i suoi palazzi antichi decisamente decadenti, i piccoli laboratori degli artisti, le due piazze principali a ospitare la prima un mercato (e tanti piccoli chiostri di zapiekanka, l’enorme baguette farcita con funghi e formaggio) e la seconda, al termine di una larga strada di ristoranti molto turistici, la Vecchia Sinagoga, non mi era ancora entrato nella pelle.
Camminavo senza aspettative. Ma in un quello stato particolare di allerta vigile che precede le grandi scoperte.
Ed è così che Ulica Józefa mi è entrata dentro. All’improvviso. Inaspettata. Cancellando definitivamente l’immagine di una Cracovia solo centro storico. Bella, per carità. Ma senza cuore. Senza identità.

Nel corso della mia settimana polacca, in Ulica Jòzefa ci sono tornata più volte. Spingendomi sempre un po’ più in là, lasciandomela alle spalle fino a decidere di attraversa il ponte e sbucare dall’altra parte della Vistola.
A inseguire quell’altro viaggio mentale che è (stato) Podgòrze, il vero ghetto ebraico durante l’occupazione nazista. Questo sì, teatro dei fatti raccontati da Spielberg in Schindler’s List.
Un pugno nello stomaco che i minuscoli caffè dall’atmosfera sospesa, i murales colorati, le installazioni degli artisti, non sono riusciti minimamente ad attutire.
Podgòrze Cracovia
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139 – Il canto della mamma

Auschwitz: barattoli usati nelle camere a gasIn un giorno di primavera intensa. Calda. Intorno prati verdi. Verde brillante. Margherite e piccoli fiori gialli. Cielo trasparente. Edifici di mattoni rossi e strade sterrate.
Una mamma ha in braccio il suo bambino. Lei è molto giovane. Poco più di una ragazzina. Lui, il bambino, molto piccolo. Non più di sei/sette mesi.
Il bambino non piange. Gorgheggia. Sembra eccitato. Felice. Intorno a lui tutto è estremamente luminoso. Tutto è nuovo.
La mamma sente addosso lo sguardo infastidito degli altri. Alle urla leggere del suo bimbo. E prendendogli la mano, avvicinando la bocca al minuscolo orecchio, inizia a cantare piano. Sommessa. Un canto gioioso. Note. Non parole.
Il bimbo si quieta immediatamente. Ogni tanto ride. Ma il riso è leggero. Impercettibile.
La mamma, consapevole, non smette di cantare. Canta per lui.
Smette solo un secondo. Prima di entrare si gira. A guardare tutto quel verde, l’azzurro e il rosso.
Poi ricomincia. Fino alle fine.
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138 – Cracovia. Che a volte mi sembra Praga. Ma più spesso Berlino

Café Camelot a CracoviaCafe Camelot, in ul. Sw. Tomasza 17.
Un po’ Parigi. Un po’ Berlino. Un po’ New York. Sicuramente Cracovia.
Su consiglio di un amico, è qui che abbiamo fatto colazione questa mattina. In questo locale assurdo, stratificato, fuori dal tempo. Che a vederlo da fuori sembra già meraviglioso.
Ma a entrarci dentro è un viaggio mentale. Un mondo a parte.
I tavoli, minuscoli, appartati, separati anche senza alcuna separazione fisica, sono dislocati in tre (o forse quattro) piccole salette. Più lo spazio esterno, raccolto e intimo anche se affacciato sulla strada.
Tutto è curato nei minimi dettagli. L’atmosfera è magica. Roba da incontri romantici e parole sussurrate. D’amore. Ma anche no. Parole di cose. Perché gli oggetti qui hanno una voce. Raccontano storie. Sicuramente raccontano storie d’amore. Ma anche storie di recupero. Storie di creatività. Storie di visionari.
Café Camelot a Cracovia
Torte al Café Camelot a CracoviaLe torte (abbiamo ordinato la torta calda al cioccolato con mandorle e una specie di cheese cake che a me ricordava di più la pastiera napoletana) sono buonissime.
I succhi fatti con frutta fresca. Il menu, un capolavoro grafico di ironia retrò, va dal dolce al salato, dalla colazione alla cena. La scelta è davvero ampia.
Café Camelot a Cracovia. Il menu
Al piano superiore, nascosto a occhi indiscreti, c’è il concept store che vende oggetti (spesso recuperati e trasformati) per la casa. Appendiabiti a forma di gufo, farfalle per magneti, vecchi cassetti diventati librerie. Cuscini. Bicchieri un po’ opachi. Cornici… Lo stile è shabby chic. Che non sapevo esattamente cosa volesse dire. Prima di capire che mi piace da morire. Mescolato e aggiustato. Ma perfettamente aderente al mio gusto. Nella sua essenza più pura.
Café Camelot a Cracovia. Negozio al secondo piano
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137 – Il primo viaggio. Il primo giorno. I pierogi

PierogiAll’ombra della grande torre nella grande piazza turistica. Sotto a un cielo blu cobalto. Il vento caldo a intermittenza. Una birra in un mano. L’altra impegnata in cose di mamma, toccare, accarezzare, raccogliere, nascondere, fermare, afferrare, asciugare, dare, prendere, oggi, nel primo giorno a Cracovia del primo nostro viaggio in tre, ho assaggiato i pierogi, grossi ravioli di pasta spessa tipici della cucina polacca. Ruskie Pierogi, per cominciare. Ripieni di formaggio e patate. Conditi con pancetta affumicata e cipolle saltate in padella. Che proprio leggeri non sono. Ma buoni e gustosi.
E, insomma, li dovevo assaggiare per forza.
Il primo giorno dei sette che trascorreremo qui (sette giorni a Cracovia? Che ci vai a fare?). Non c’è alcuna ragione per cui Cracovia. Perché non c’è mai una ragione per partire per un viaggio. Neppure per scegliere una meta piuttosto che un’altra. E’ sempre e solo questione di ispirazione. Un nome che per settimane mi frulla nella testa. Improvviso. Inaspettato.
Cracovia. Cracovia? Sì. Cracovia. Andiamo!
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