183 – Do you know Paolo Sarpi? 10 indirizzi utili a Chinatown Milano

Ho sempre pensato che vivere in un quartiere dalla forte connotazione etnica e sociale fosse un plus e non un minus. Ho sempre pensato che i quartieri più interessanti non fossero quelli centrali, abitati da una borghesia benestante e sostanzialmente inodore, ma quelli laterali, vissuti da un’umanità che trasuda un sapore che poi diventa l’odore delle strade, dei cortili, dei negozi.
Mi piacciono, a Milano, le vecchie case di ringhiera, a volte tirate a lucido, a volte cadenti e scrostate. Mi piacciono i portoni dietro ai quali si nascondo micromondi di vita, retrobotteghe, rastrelliere per le bici, casette per la spazzatura.
Mi piacciono i posti con un’anima. Non necessariamente un’anima bella. Semplicemente un’anima vera.

Paolo Sarpi - Primavera 2016 Così Paolo Sarpi e la decina di via laterali che delimitano quella che pomposamente viene chiamata la Chinatown milanese. Così quel quartiere strano, decisamente centrale, affacciato su uno dei parchi più belli di Milano, schiacciato dai grattacieli scintillanti di Porta Nuova e Isola, dal trambusto di Corso Como, dall’eleganza di Melzi d’Eril e dalla movida dell’Arco della Pace.
Una Chinatown piccola e molto diversa dalle Chinatown che ho visto finora altrove, sebbene la paccottiglia che vi si venda sia la stessa così come l’abbondare di trattorie cinesi e ristoranti, centri estetici e negozi di abbigliamento per vendita all’ingrosso: qui, a differenza di altre città in cui Chinatown è di fatto un ghetto chiuso, italiani e cinesi in qualche modo convivono, creando una sorta di armonia che, nonostante tutte le difficoltà del caso, gli scontri, la mal sopportazione reciproca, dà vita a un tessuto sociale eterogeneo, in cui le specificità degli uni e degli altri emergono con punte di eccellenza che meritano di essere segnalate. E che mi affascinano perché sento oltremodo mio, parte del mio mondo e del mio vissuto quotidiano.
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175 – La Ravioleria di Paolo Sarpi

La Ravioleria Sarpi - Via Paolo Sarpi 27Ho deciso che un pezzettino per volta Paolo Sarpi la voglio raccontare. Questa strada che a me ricorda uno shopping di Natale antico, di domeniche pomeriggio di dicembre qui con mio padre e mia madre, senza avere la minima idea di dove mi trovassi e di quello che sarebbe stato, di questa via e di questa zona, da lì a una decina di anni dopo.

E d’altro canto, Paolo Sarpi è cambiata così tante volte che è difficile connotarla. E anche raccontarla. E’ difficile ricordarla com’era, un lungo senso unico trafficato, con le fermate della 43 e della 57 a complicarne la viabilità, la libreria Feltrinelli più o meno dalle parti di via Bramante e una minuscola gelateria all’angolo con piazzale Baiamonti che ora ha un nome pretenzioso, un gelato squisito e personale per metà italiano e per metà cinese.

Paolo Sarpi ho voglia di raccontarla, un pezzettino per volta, perché è stata una delle principali ragioni che mi ha spinto, ormai più di 10 anni fa, a cercare casa dove l’ho cercata. E dove vivo. In un posto a metà tra qui e il resto del mondo. A ridosso di quella che è universalmente conosciuta come l’arteria centrale della Chinatown milanese, nulla a che vedere con le Chinatown di New York o San Francisco, ma comunque Chinatown, un quartiere così ben caratterizzato e definito che o lo si ama o lo si odia. O ci si vuole stare. O si preferisce scappare. In fuga dai carrellini che caricano e scaricano merce all’ingrosso, dall’odore che arriva dai cortili dei vecchi palazzi e dal retro dei ristoranti, dai negozi squallidi per grossisti con le luci al neon e gli scaffali bianco-sporco, da una presenza umana diversa, di adolescenti in zeppe e minigonne, bambine in gonna di tulle, uomini che sputano e spintonano senza chiedere scusa e donne dallo sguardo arrabbiato.

Io in Paolo Sarpi ho deciso di rimanere. E nei miei dieci anni qui l’ho vista cambiare, peggiorare e migliorare. Perdere completamente la sua italianità e riconquistarla. Essere nulla e diventare punto di riferimento. Non per la Comunità Cinese o per i residenti. Ma per tutta Milano. Perché in Paolo Sarpi succedono cose. E la gente è curiosa di vedere cosa succede.
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153 – Paolo Sarpi oTTo. Anzi Dieci.

oTTo - Paolo Sarpi 8 MilanoIn Paolo Sarpi 8, anzi 10, c’è oTTo che si affaccia con le sue enormi vetrine su uno dei cortili più strampalati di tutta la zona, un mix di Vecchia Milano, Chinatown e nuove tendenze (qui si trova anche The Hub, uno dei primi spazi di coworking della città), a dimostrazione del fatto che i quartieri più vivi e interessanti sono sempre quelli in cui vi è una specie di sovrapposizione. Di esseri umani, di interessi, di sporcizia e scintillio, di palazzi scrostati e cadenti e interni tirati a lucido e rimessi a nuovo. Di vita vissuta.

Definire oTTo non è proprio semplicissimo: un bar, un locale di tendenza, uno spazio di ritrovo, un luogo di studio o lavoro, un angolo di relax, un cinema di quartiere.
Definire oTTo non ha senso. Perché in realtà oTTo, che ha aperto da pochi mesi ed è già diventato un punto di riferimento per la zona, è un perfetto mix di tante cose. Un posto, insomma, che ciascuno è libero di utilizzare come meglio crede e in base alle necessità specifiche del momento.

oTTo - Paolo Sarpi 8 MilanoIo ci ho trascorso un pomeriggio in incognito, per una pausa pranzo lunghissima, in fuga dal caldo e dai pensieri negativi. In cerca di ristoro, di liquidi da reintegrare, di sogni da ritrovare e di ore da far passare. Sorseggiando succo di limone e menta, gustando un quadroTTo e macinando una pagina dietro l’altra del romanzo che sto leggendo.
Fingendo di essere a New York, in un’altra vita, in un altro tempo, circondata da quelle che a me sono parse come le persone più belle e interessanti del mondo.
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