176 – 10 motivi per vedere la mostra sul Simbolismo a Palazzo Reale

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Dopo Mucha, l’arte a cavallo tra Ottocento e Novecento torna con forza nelle sale di Palazzo Reale con una mostra stupenda che a me ricorda i miei studi universitari, le mie letture dell’epoca, quella fissazione per certi autori – Baudelaire, Rimbaud, Huysmans, Poe – e per certi artisti – Klinger, Von Stuck, Moreau, Previati, Segantini – che ha caratterizzato il decennio disinvolto dei miei vent’anni. Quello della formazione vera, delle scoperte, della cultura a tutti i costi.

La mostra Il Simbolismo. Arte in Europa dalla Belle Époque alla Grande Guerra, a Palazzo Reale dal 3 febbraio al 5 giugno, rientra in un programma più ampio di studio delle tendenze artistiche nei decenni a cavallo tra XVIII e XIX secolo che si concluderà, a fine marzo, con una grande monografica su Boccioni, il meraviglioso Boccioni.
Si tratta di una mostra a largo respiro – 2000mq di superficie espositiva, 24 sale, più di 100 opere esposte, 50 artisti, 60 prestatori – che per la prima volta mette a confronto le diverse correnti del simbolismo italiano ed europeo in un percorso che si snoda, più che per autore, per argomento, tema, suggestione trattata.
Le parole di Baudelaire, come un fil rouge che percorre tutte le sale, accompagnano il visitatore alla scoperta di un periodo artistico caratterizzato dall’abbandono della rappresentazione oggettiva della realtà che era stata propria, per esempio, degli Impressionisti, per un’arte più intimista e soggettiva in cui la centralità della dimensione onirica, il ritorno al mondo eroico della mitologia, la scoperta dell’amore peccaminoso, della morte e del peccato, sono gli elementi che accomunano artisti altrimenti molto lontani tra loro, come percorso formativo e tecniche pittoriche utilizzate.

L’allestimento è scenografico, con le sale praticamente buie sulle cui pareti si stagliano i quadri illuminati in modo da creare un’atmosfera sospesa, misteriosa.
E’ un piacere vero girovagare tra alcuni dei dipinti più famosi del periodo, riconoscendo volti noti, paesaggi conosciuti, prospettive familiari.
In alcune sale e di fronte ad alcune opere c’è da rimanere senza fiato. Ma davvero.

Io ne segnalo 10, in ordine di visita. Alcuni di queste sono, in assoluto, tra le opere che amo di più. Altre hanno risvegliato ricordi lontani, altre ancora hanno a che vedere con il mio stato attuale, la sensibilità di oggi. E altre… beh, altre le trovo semplicemente spettacolari.
Forse proprio per il modo in cui sono presentate in mostra.
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172 – Alfons Mucha, la (pop) star dell’Art Nouveau, a Milano

Alfons Mucha a Palazzo Reale, Milano

© Richard Fuxa Foundation

Alfons Mucha a Palazzo Reale, Milano

© Richard Fuxa Foundation

Alfons Mucha è stato il primo artista a cui io mi sia avvicinata in modo consapevole e voluto.
Ero affascinata dalle sue donnine sensuali, avvolti in abiti setosi che le coprivano scoprendole. Mi piacevano il bianco candido della pelle, i capelli morbidi sulle spalle nude, quegli sguardi persi nel vuoto a contemplare chissà quale orizzonte lontano.
I suoi cartelloni, i dipinti, i poster avevano un non so che di rarefatto, lirico, bidimensionale. Erano come racconti onirici che mi proiettavano immediatamente in quell’Europa Belle Époque che all’epoca mi attirava irrimediabilmente.
Adoravo il contesto storico e sociale in cui le sue opere avevano visto la luce e mi piaceva quello strano connubio tra arte e marketing, tra pubblicità e poesia.

Era capodanno del 1996, avevo 22 anni e l’arte non era ancora, per me, un interesse primario. Diciamo pure che fino a quel momento di mostre e musei ne avevo visti pochi. Ero sostanzialmente ignorante e qualunque cosa mi piacesse all’epoca mi piaceva in modo istintivo, senza la mediazione della cultura e della conoscenza a fungere da collante tra me e gli artisti.
Era il 1996, avevo 22 anni, era capodanno e io ero a Praga. Magica, gelida, bianca di neve e di freddo, stupenda. E traboccante ovunque di Mucha. Che, letteralmente, iniziò a entrare nella mia vita. Sotto forma di poster da appendere, segnalibri da collezionare, cartoline da conservare, cataloghi da sfogliare…
E ora Alfons Mucha è in mostra a Milano.
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57 – L’arte dei pesci e della frutta

Arcimboldo mi piace da morire. Perché è un pazzo visionario con un’idea tutta sua dell’arte. Perché in un mondo di Madonne e Santi dipinge pesci e uccelli. Perché va oltre l’apparenza delle cose e racconta un universo tutto suo.
I suoi dipinti sono viaggi mentali. I suoi ritratti terribili suscitano ribrezzo e curiosità, bisogno di superare la visione di insieme per soffermarsi sul dettaglio. Perché nulla è ciò che appare. Anzi, tutto è ciò che è appare e qualcosa di più.
Il ciclo delle Stagioni, quello degli Elementi, i ritratti della famiglia asburgica… Una produzione fantasmagorica. Molto vicina al surrealismo novecentesco. Assolutamente sorprendente per l’epoca…
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