112 – La neve. Tra Paperopoli e Milano

Che alla fine è arrivato febbraio. Rosa e bisestile.
E con febbraio l’inverno. Che non era mai stato inverno davvero fino a ora.
E con l’inverno è arrivata la neve. E una dolcezza nuova e profonda. A far tremare la gola e un pezzettino più giù. Giusto qualche centimetro sopra al cuore.
Con un sapore caldo che assocerò per sempre a questi giorni bianchi.
A un cappotto verde comprato senza amore. A un paio di stivali neri comprati senza tacco. A una canzone ascoltata in loop per ore interminabili.
Che assocerò per sempre a Milano deserta nella notte chiara come San Pietroburgo.
E a Paperopoli. Che il nome non è mio ma mi piace tanto. Per definire un mondo che non è nemmeno sulla carta, ma si disegna da solo con la stessa rapidità con cui Fantasia si distrugge.
E a un sogno. Che si chiama Speranza. E Terrore. Che non c’è sulla carta, non cresce, non muore.
E se ne sta lì. E potrebbe essere epocale. O solo un lievissimo sospiro che nell’Universo non cambierà di una virgola la felicità o il dolore.
Ma che nel mio piccolo universo, minuscolo e inutile, potrebbe essere il Tutto o la Sconfitta assoluta.

Ho camminato nella notte bianca. Milano a destra e Paperopoli a sinistra.
La realtà e la magia. Il sogno al centro. Perché c’era pure lui. Sotto questa danza di fiocchi.
E io. Silenziosa. Decisamente bassa. Ma in questo caso piccola. Il mio cappotto verde bottiglia. La mia borsa stracolma con gli inserti viola. I miei guanti neri infreddoliti. La mia macchina fotografica in tasca.
Che le neve, anche se non la vuoi, vale sempre la pena farle due foto. Perché non capita mica tutti i giorni di galleggiare sulle nuvole, con i piedi scivolanti al suolo e i fantasmi intorno.
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