208 – Di Escher, degli alberi di Natale e di Madama Butterfly

Albero di Natale in piazza DuomoIl 7 dicembre ho avuto una giornata tutta per me. Non solo tutta per me perché C. la Minuscola non c’era. Ma tutta per me perché per la prima volta da mesi mi sono imposta (riuscendoci) di non lavorare, di non pensare al lavoro, di non aprire il computer.
Una giornata di sole perfetta. In cui mi sono concessa di dormire fino a tardi, in cui sono riuscita ad andare in palestra, in cui sono rimasta mezz’ora sotto la doccia, in cui ho fatto colazione con calma, in cui ho scelto cosa indossare con cura come facevo un tempo.
Una giornata luminosa, di cielo azzurro e aria frizzante senza essere gelida.
Con Milano agghindata a festa e una miriade di cose da fare.

Ho sempre amato il ponte di Sant’Ambrogio. Quando ero piccola e Natale iniziava a dicembre e non a ottobre, era il giorno in cui mia mamma tirava fuori l’albero polveroso e lo addobbava con meline rosse e lucine bianche. In cui si andavano a scegliere i giocattoli in un negozio immenso che non ricordo più quale fosse. In cui mio padre ci portava in una Paola Sarpi d’altri tempi per vedere le luci dopo aver comprato completi da uomo in una sartoria di corso Como.
Quando corso Como era considerata periferia da averne paura.
Erano giorni, quando ero piccola, di film in famiglia, cinema il pomeriggio e cioccolatini senza divieti.
Giorni in cui passavo il tempo a guardare il cielo per controllare se ci fossero nuvole rosa, segnale che ero stata brava e avrei ricevuto i regali a Natale.
Erano giorni così. Che si sono consumati durante l’adolescenza bruciando la magia dell’attesa, delle tradizioni, dei rituali.

Non ho mai smesso di amarli, però.
E di amare profondamente il 7 dicembre a Milano.
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206 – 26/11. Meno 27 giorni a Natale

Biancolatte - Via Turati 30, MilanoAmo Natale. Amo l’atmosfera natalizia. Il traffico impazzito. Le corse in centro. I negozi colorati. La folla intorno alle bancarelle. Il freddo pungente della sera. Le luci della città. I maglioni con le renne. Le lucine dell’albero accese che si vedono dalla finestra. Il verde dei pini. La neve in montagna. Il tè speziato. I biscotti al cioccolato. Il panettone a colazione. Il Calendario dell’Avvento. Il Natale degli altri su Pinterest. I regali sotto l’albero. Le carte e i nastrini. Le recite di Natale a scuola. La letterina a Babbo Natale. I viaggi invernali. I mercatini nordici. I cori dei bambini. Il profumo di arance e mandarini. Le ghirlande alle porte. Il cinema del 26. I film della vigilia.

Amo Natale. L’ho sempre amato. Lo amerò sempre.
Da piccola era l’attesa. L’attesa di qualcosa o qualcuno che sarebbe arrivato. Avrebbe bevuto il mio latte. Lasciato le sue impronte nella mia casa. Mia madre mi disegnava piccoli piedi dorati sul pavimento. E io, ottenne ingenua, correvo a vedere la loro forma abbozzata che mi interessava più ancora dei doni sotto l’albero.
Da adolescente Natale era un sogno d’amore. Un’immagine mai divenuta realtà di un regalo scambiato timidamente in un piccolo bar di legno, mani che si sfiorano e sguardi che si incrociano. La sciarpa e i cappelli di lana uscendo nella neve. Un sorriso.
Poi Natale è diventato la frenesia dei miei giorni da adulta. Il piacere di scegliere i regali, di incartarli, di selezionare le carte e i nastri per colore, di decidere un tema. Il calore della casa. La follia dei mercatini che amo.

Per me quest’anno Natale inizia oggi.
Addobberemo l’albero. Compreremo il panettone. Consegneremo i primi regali.
E io, per quanto possibile, voglio raccontarlo qui, il mio Natale 2016.
Giorno per giorno. O quasi. In una specie di tour fotografico tra le piccole cose belle in cui mi imbatterò in questi giorni.
Non proprio un “consigli per gli acquisti”. Ma un suggerimento per chi avesse voglia di vivere a pieno l’atmosfera del Natale.
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108 – Natale cubotto

Che sono giorni di assenze e mancanze. E bilanci sempre in negativo. Che sono schizzata come un pennello e non riesco a controllare le emozioni. Che amo e odio e rido e piango e mi arrabbio e soffro. E aspetto sempre la sera.
Che è quasi Natale e sembra non saperlo nessuno. Che non si è mai visto un Natale così poco Natale come quest’anno. Che ho bisogno di buio affettuoso, nella città solitaria. Solo io e i miei sogni. Quelli che cancello e ripristino. Perché si è sempre in tempo ad annullare il processo.

La riffa di Natale in ufficio mi piace da morire. Mi piace pensare a un regalo che stia nel budget.
Mi piace sceglierlo che possa andare bene per uomini e donne, facile da tenere in casa, poco ingombrante, utile ma futile. Mi piace il range di spesa. Mi piace darmi un tema. Mi piace scrivere il biglietto, scegliere la carta, confezionare il pacchetto. Mi piace aggiungere un piccolo dono fatto da me. Mi piacciono i sacchetti pieni di piccole sorprese.
E mi piace pescare il biglietto. Il brivido di quel secondo. Quando tutto potrebbe essere potenzialmente mio.
Chissà se funziona così anche quando veniamo al mondo. Se c’è un cartello Pesca dal cesto della felicità il tuo biglietto della fortuna. Ora vai al cesto della tristezza ed estrai le tue disgrazie.
Alla fine dovrebbe essere un pareggio. Ma a quanto pare durante il gioco qualcosa va storto. E la bilancia tende a pendere sempre dall’una o dall’altra parte. Senza rispetto e senza giustizia.

Quest’anno per me è stato Natale cubotto. Con tre piccoli pacchetti tutti cubici. Non è stato predeterminato. Ma alla fine è venuto così. E Natale cubotto è un nome che mi piace tanto. Perché non sembra riferirsi ai regali, ma a una sua essenza intrinseca. Un Natale cicciotto e un po’ fuori dalle righe. Come effettivamente è.
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106 – La pittura è rock. O forse pop.

Adoro i musei la domenica pomeriggio. Adoro i musei quando sono semivuoti, fuori è buio ed è quasi inverno.
Adoro le domeniche di quasi Natale. Le mattine passate a sfornare biscotti. Il profumo di cannella e le fiammelle traballanti dietro ai vetri.
Adoro camminare da sola nelle strade grigie del crepuscolo, quando non c’è più troppa luce. E non è ancora troppo buio.
Adoro queste giornate di quasi festa. Piene di cose e di possibilità.
Frenetiche e troppo brevi.
Se solo fossero vere. Se solo non fossero il frutto della mia determinazione. Della mia volontà di non far finire la magia.

Ero sull’aereo che mi portava a Boston quando lessi della mostra Da Bacon ai Beatles. Nuove Immagini in Europa negli anni del rock al Museo della Permanente di Milano, strappai l’articolo e lo inserì nell’elenco delle cose da fare.
E oggi ci sono andata.
In una domenica di quasi Natale. Camminando nel crepuscolo grigio della città. Senza troppa luce. Senza troppo buio.
Ed è stato un pomeriggio bellissimo.
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105 – Milano metafisica e gialla (dalle 10.00 alle 18.00)

Oggi Milano era metafisica. Gialla e metafisica.
Sorpresa, impaurita, stupefatta, l’ho attraversata galleggiando. Infilandomi in angoli remoti e solitari. Alla ricerca della solitudine perfetta. Del perfetto immobilismo della vita.
Strade ferme. Passi leggeri. Silenzio.
E’ difficile ascoltare il silenzio. In una città come Milano.
Ma oggi, dalle 10.00 alle 18.00, Milano era silenziosa. Immobile. Gialla.
E metafisica.

A due passi dal Natale, dal Natale triste di quest’anno strano, l’ultimo prima della fine del mondo, c’era una città nascosta. Una città sconosciuta. Che pochi hanno avuto l’onore di vedere. Di sentire e percepire.
E’ stata una vera fortuna essere in giro oggi. A due passi dal Natale e oltre il Natale. Oltre il blocco delle auto. Le polveri sottili. Le polemiche più o meno giustificate. Il ponte di Sant’Ambrogio. I sogni e l’assenza di sogni. I nuovi e i vecchi amici. La noia.
Io. Milano metafisica. E l’ignoto che appare.

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