208 – Di Escher, degli alberi di Natale e di Madama Butterfly

Albero di Natale in piazza DuomoIl 7 dicembre ho avuto una giornata tutta per me. Non solo tutta per me perché C. la Minuscola non c’era. Ma tutta per me perché per la prima volta da mesi mi sono imposta (riuscendoci) di non lavorare, di non pensare al lavoro, di non aprire il computer.
Una giornata di sole perfetta. In cui mi sono concessa di dormire fino a tardi, in cui sono riuscita ad andare in palestra, in cui sono rimasta mezz’ora sotto la doccia, in cui ho fatto colazione con calma, in cui ho scelto cosa indossare con cura come facevo un tempo.
Una giornata luminosa, di cielo azzurro e aria frizzante senza essere gelida.
Con Milano agghindata a festa e una miriade di cose da fare.

Ho sempre amato il ponte di Sant’Ambrogio. Quando ero piccola e Natale iniziava a dicembre e non a ottobre, era il giorno in cui mia mamma tirava fuori l’albero polveroso e lo addobbava con meline rosse e lucine bianche. In cui si andavano a scegliere i giocattoli in un negozio immenso che non ricordo più quale fosse. In cui mio padre ci portava in una Paola Sarpi d’altri tempi per vedere le luci dopo aver comprato completi da uomo in una sartoria di corso Como.
Quando corso Como era considerata periferia da averne paura.
Erano giorni, quando ero piccola, di film in famiglia, cinema il pomeriggio e cioccolatini senza divieti.
Giorni in cui passavo il tempo a guardare il cielo per controllare se ci fossero nuvole rosa, segnale che ero stata brava e avrei ricevuto i regali a Natale.
Erano giorni così. Che si sono consumati durante l’adolescenza bruciando la magia dell’attesa, delle tradizioni, dei rituali.

Non ho mai smesso di amarli, però.
E di amare profondamente il 7 dicembre a Milano.
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207 – Nella bottega dello Zucchero Filato

Zucchero Filato - Viale Tunisia 5, MilanoSono giornate di nebbia che increspa i pensieri e sole che squarcia il bianco.
Nottate di risvegli improvvisi e riflessioni nel buio. Mattine di corsa e pomeriggi senza tempo.
E’ scoppiato Natale e non ho tempo di inseguirlo.
Mi manca il tempo. Mi mancano amici lontani. Sempre più distanti.
Mi mancano le cose che perdo.

E sono giornate in cui inforco la bici. E attraverso la città pedalando velocemente.
Non riesco a soffermarmi. So che potrei godere della meraviglia che nasconde.
Amo Milano a dicembre.
Amo le luci di Natale solitarie nelle notti silenziose.
Ma non è il Natale. Non è nemmeno l’attesa.
Ad affascinarmi è la profonda solitudine che le lucine accese non riescono a togliere di mezzo.
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203 – The Art of the Brick

Dreams are built… one brick at a time!
Grey - The Art of the brick, SawayaSono arrivati i Lego a Milano (ed è la seconda volta, da che mi ricordo, che i mattoncini colorati occupano gli spazi della Fabbrica del Vapore di via Procaccini 4) con una delle mostre più divertenti di questo autunno caldo che io ho deciso di andare a vedere nella prima sera libera che ho avuto di questo ottobre di felicità pura.
L’esposizione – The Art of the Brick – presenta una serie di opere, tutte rigorosamente realizzate con mattoncini Lego, dell’artista newyorkese Nathan Sawaya, un avvocato con il cuore bambino, che solo a guardarlo in faccia mi suscita simpatia.
Sviluppata per aree tematiche, la mostra costruisce un percorso che traccia una serie di filoni all’interno di una produzione che davvero può essere considerata una specie di gioco, un gesto artistico di puro intrattenimento. E per questo meraviglioso.
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202 – Éclair is the new Macaron

Eclair-MilanoGli éclair non li conoscevo. Finché non sono venuti loro a conoscere me, non so nemmeno bene come, sulla mia timeline di Facebook.
E’ strano come a volte certe cose mi colpiscano prima ancora che capisca davvero di cosa si tratti. Ed è strano come il mondo mi stia venendo incontro in questi giorni, con tutto l’incanto, la meraviglia e la paura di perdermi pezzetti che si porta dietro.

Gli éclair non sapevo cosa fossero. Non ne avevo mai sentito parlare.
La settimana scorsa me li sono ritrovati su Facebook e mi hanno incuriosito e domenica scorsa sono passata ad assaggiarli.
Ora so che si tratta di “pasticcini” oblunghi preparati con pasta choux, riempiti con crema pasticcera o panna e ricoperti di glassa. So anche che Marie Antoine (Antonin) Carême, chef francese vissuto nel XIX secolo, ne è considerato un po’ l’ideatore primo mentre Christophe Adam è colui che li ha rilanciati e li sta esportando nel mondo.

Infine, so che a Milano sono arrivati il 6 agosto, con due punti vendita targati L’éclair de génie: la Fabrique di Corso di Porta Ticinese 76 e la Boutique di Corso Garibaldi 55.

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200 – Oltre sushi e sashimi, la cucina giapponese a Milano

Cucina GiapponesA Tokyo sushi e sashimi sono un di cui. D’altra parte, la cucina giapponese è talmente varia che non potrebbe che essere così. Durante il mio viaggio in Giappone, senz’altro breve e senz’altro incompleto, ricordo di essermi chiesta perché tra tanti piatti proprio il sushi, tra tante tradizioni proprio quella.
Nel frattempo, proprio in quel periodo, era il 2014, Milano, ancora un passo indietro rispetto ai cambiamenti che avrebbe subito dopo Expo ma già pronta a diventare la città che è oggi, iniziava ad aprirsi a nuovi mondi culinari, a nuove culture alimentari, abbandonando il monopolio di ristoranti cinesi più o meno appetibili, sushi e sashimi offerti in locali fintamente zen, ristoranti indiani con forno tandoori e messicani con cactus di plastica all’ingresso.
Piatti che fino a quel momento in pochi avevano avuto la fortuna di assaggiare, entrarono a far parte dell’offerta gastronomica della città, sempre più orientata verso la specializzazione di proposte monotematiche, tradizionali e meno conosciute.
E’ stato allora che in molti hanno scoperto che la cucina giapponese andava oltre il pesce crudo appoggiato su riso bollito, il wasabi e la soya di importazione cinese.
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