58 – Il cigno nero


A 7 o 8 anni ho frequentato un corso di danza. Mai scelta fu meno azzeccata. Primo, anche in formato minion, non avevo né il fisico né la grazia della ballerina. Secondo, raccogliere capelli ricci e ribelli in uno chignon alto è impresa ardua. Terzo, gli esercizi ripetuti all’infinito, apparentemente senza scopo, mi annoiavano a morte. Quarto, la danza non mi permetteva di far emergere quel desiderio di essere leader e al contempo gregario che ha accompagnato tutta la mia infanzia. Il bisogno eroico di morire per il punto. Il sacrificio come valore supremo dell’azione. Ero cresciuta a pane e Mimì Ayuara. E avevo imparato a memoria interi passi de I ragazzi della via Paal (“… Giovanni Boka guardò dritto davanti a sé. E per la prima volta, la sua anima di fanciullo capì quel che è veramente la vita. Per la quale noi, suoi schiavi, ora tristi ora lieti, moriamo“).
Non potevo essere l’aggraziata e altera ballerina. Pulita. Bianca e rosa. Fresca e ordinata.
Io ero il soldato nel fango. Sporca, cattiva, ribelle. Ma leale e generosa. Pronta a morire… Per la mia piccola patria oltre la linea gotica.
Fino a che un giorno mio padre arrivò a casa con un nuovo fumetto. E come tutte le decenni, per un attimo, sognai anche io, da grande, di danzare sulle punte.
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