26 – Dolce Danimarca


La prima sensazione: rispetto alla nostra pasticceria, la pasticceria danese è ostentata.
Seconda sensazione: rispetto alla nostra pasticceria, la pasticceria danese è onnipresente.
Terza sensazione: rispetto alla nostra pasticceria, la pasticceria danese è avvolgente.
Quarta sensazione: la pasticceria danese è un vero piacere. Per gli occhi più ancora che per il palato.
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25 – Nel mondo delle cose

La parola design è affascinante. Disegno, designo, di-segno. Ha tantissimi significati. Coinvolge tutti, indipendentemente dal ceto sociale, dalla dichiarazione dei redditi, dal livello culturale. Si infiltra, come l’acqua tra le rocce, nella vita quotidiana e la plasma.
A differenze dell’Arte, quella con la A maiuscola dei pittori e degli scultori, il design appartiene a tutti.
Nella maggior parte dei casi, pochi ricordano il nome dell’artista. Tutti (o quasi) conoscono l’oggetto che ha prodotto, ne sono venuti a contatto, lo hanno utilizzato.
Il design è popolare. É POPART vera e pura. Arte del popolo, indipendentemente dal conto corrente in banca e dalla voglia (e le possibilità) o meno di frequentare musei e spazi espositivi. Basta entrare in un centro commerciale, in un supermercato, nei grandi magazzini. Basta trascorrere un pomeriggio all’IKEA. E un pomeriggio all’IKEA, almeno una volta nella vita, lo hanno trascorso tutti.
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24 – S(m)USHI time


Smørrebrød (letteralmente: pane e burro. Nella traduzione inglese open faced sandwich) in danese significa solo una cosa: lunch time, pausa pranzo.
Gli Smørrebrød, infatti, si mangiano a pranzo (e solo a pranzo) e rappresentano il pasto comune per ogni danese.
Nei ristoranti vengono serviti dalle 11.00 alle 16.00, si mangiano, rigorosamente, con coltello e forchetta e possono essere serviti in mille modi e secondo mille varianti in base alla creatività dello chef.
La ricetta è apparentemente piuttosto semplice.
Una fetta di pane nero di segale (The Catcher in the Rye… No. Il Giovane Holden non c’entra. Ma quando penso al pane di segale mi viene in mente lui) spalmata con burro (spesso salato) e sormontata da:
pesce + verdure e/o salsine, carne + verdure e/o salsine, formaggio + verdure e/o salsine, verdure + e/o salsine…
Una sorta di tartina, quindi, che rappresenta un pasto unico ricco e sostanzioso.
Io li ho assaggiati con aringhe marinate, tuorlo d’uovo, capperi e cipolla; con salmone rucola fresca e un formaggio morbido tipo robbiola; con roastbeef e formaggio; con gamberetti, maionese e uova.
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23 – Il Caffè delle fiabe

Si chiama The Royal Cafe, si trova in Amagertorv 6 (Copenaghen) e se si ha un po’ di fortuna, forse, si riescono anche a incontrare Alice e il Cappellaio Matto, il Gatto con gli Stivali o l’Imperatore con i suoi vestiti nuovi.
Definirlo bar è riduttivo. Caffetteria, teieria, pasticceria, cioccolateria…
Davvero non saprei come chiamarlo. Si tratta di un posto magico, una porta d’accesso verso il mondo delle fiabe, quelle più luminose e stravaganti. Quelle in cui è sufficiente accomodarsi in poltrona per trovarsi coinvolti nelle avventure più strampalate. Prendere un tè per diventare grandi o tornare piccoli. Assaggiare una zolletta di zucchero per entrare in un quadro antico accanto a una dama agghindata e al suo cagnolino bianco. Sfogliare una rivista per diventare i saltimbanchi di un quadro di Chagal.
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22 – Il Tivoli è chiuso!

Il Tivoli è chiuso! Lo stanno allestendo per Natale (ma…!!!!) e riaprirà il 20 novembre con una grande cerimonia di inaugurazione.
A parte che questo mi fa pensare a quanto debba essere sorprendente Copenaghen nel periodo natalizio, il problema è che bisogna trovare una soluzione per la serata.
Passeggiamo lungo Kompagnistræde che poi diventa Læderstræde nel quartiere di Strøget cercando una soluzione. La via, pedonale, è un susseguirsi di negozi, botteghe di artigiani, bar, ristoranti, locali… Solite biciclette. Solite finestre bianche a griglia. Mi piace tanto e mi fermo a fotografare tutto.
… gli artigiani al lavoro…

… le normali attività dei bar e dei locali…



… le vetrine…
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