75 – Il Grande Libro delle Liste: Friedrichshain

Se sue due piedi dovessi dire qual è il quartiere che mi è piaciuto di più a Berlino direi Prenzlauer Berg, con le sue strade acciottolate, i palazzi tirati a nuovo, i divanetti sulla strada, i locali dall’atmosfera rilassata, le ragazze bionde che sorseggiano vino rosso a piedi scalzi sul marciapiede…

Ma riflettendoci un secondo, pensando alle cose viste, ai pensieri pensati, alle riflessioni fatte, probabilmente dove vivrei è a Friedrichshain, l’ultima frontiera dell’Est, il quartiere multiforme, dove convivono case occupate e bar alla moda, artisti e nulla facenti, studenti e professionisti, piccole piazze e strade di nulla.
Friedrichshain, tagliato in due dalla Karl Marx Allee, l’orgoglio nazionale, teatro di parate militari e contestazioni operaie, ha qualcosa del Village, il West Village più estremo. Quello dove non vanno i turisti, perché non c’è molto da fare. Ma che se poi lo attraversi con calma… beh, se gli dedichi 5 minuti, qualcosa da fare lo trovi sicuro.
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74 – I love shopping in Berlin: Scheunenviertel

A Berlino i negozi si nascondono. Vanno cercati, scoperti, esplorati. Bisogna addentrarsi nella jungla urbana per vederli, per capire come si celano, quali forme camaleontiche assumono.
Berlino Ovest, la ex Berlino Ovest, è una città banale da questo punto di vista.
Kurfürstendamm, Ku’damm come lo chiamano affettuosamente i locali, a Charlottesbourg, è la classica via dei negozi: tante catene, grandi magazzini, qualche boutique di lusso nelle vie limitrofe, marciapiedi ampi per accogliere sacchetti, borse, borsette…, bar e birrerie per prendere fiato tra un acquisto e l’altro.
Nulla che non si possa trovare in qualsiasi altra città europea… italiana.

La vera esperienza dello shopping, quella che ti lascia senza saliva, con gli occhi spalancati e quella strana sensazione di aver lasciato indietro qualcosa è, però, possibile solo nei quartieri orientali.
Là dove le strade sono più strette, l’attenzione si perde ad ammirare i palazzi e lo sguardo insegue gli strani personaggi che scivolano silenziosi lungo le vie.
Qui l’atmosfera è, generalmente, rilassata. Non ci sono brand, firme, marchi… Solo la creatività che diventa merce.
Lo shopping da queste parti (indifferentemente dal fatto che si compri o meno) è un’avventura esperienziale. Una specie di caccia al tesoro tra vetrine sempre più minute. Dove a colpire è il particolare. Quel dettaglio fondamentale che accende la spia. E capisci che lì devi proprio entrare.
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73 – A passo di Lipsi


Il DDR Museum di Berlino (Karl-Liebknecht-Str. 1) racconta storie venute da lontano.
Sono storie di un tempo perduto, narrate con occhio nostalgico. Come se quel mondo perso fosse stato il miglior di tutti, il più vero, il più umano.

Ci sono bambini in fila che imparano a usare il varino; una piccola trabant dal sapore di vecchio da provare ad accendere. Ci sono giocattoli di bimbi ora adulti. Fotografie di corpi nudi in vacanza (gli abitanti di Berlino Est erano invitati, ma non costretti, a praticare il nudismo durante le vacanze).
C’è un minuscolo appartamento, cucina-soggiorno-suppellettili-tv (il regime aveva costruito per il popolo appartamenti moderni, dotati di bagno in casa, luce elettrica e acqua corrente).
Ci sono dischi e filmati di uomini e donne elegantemente vestiti che si muovono a passo di Lipsi, la risposta della Germania Est al rock ‘n roll che impazzava ovunque.
Ci sono quaderni, appunti, vestiti. Foto di moda e programmi televisivi.

C’è un mondo “non libero” che sembra quasi normale, felice e soddisfatto (anche se i giovani non volevano affatto ballare il lipsi, ma scatenarsi sulle note di Elvis e di tutti i gruppi rock venuti dopo. Ma i giovani, si sa, sono ribelli per natura!)
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72 – La storia dell’omino del semaforo


L’Omino del Semaforo se ne stava a Berlino Est prima della caduta del muro a dirigere il traffico pedonale – rosso non ti muovere, verde puoi passare – prima di essere messo in pensione dopo il 1989.
Perché quando un muro cade, non è che cadono solo cemento e mattoni. Cadono la rabbia e la paura, cade lo slancio emotivo, cadono le teste di aguzzini senza cuore e di burocrati meschini. Cadono le divisioni in attesa che se ne creino di nuove.
E cade l’omino del semaforo. Messo in disparte da quell’altro, quello più potente, operativo nella parte giusta del mondo.
Ma l’Omino del Semaforo era uno che ci sapeva fare. E così, con quel cappello un po’ così, quell’andatura un po’ così è riuscito, piano piano, a uscire dall’oblio dentro cui era caduto per diventare un vero e proprio oggetto di culto per tutta la Germania unificata. E ora, l’Ampelmann (perché questo è il suo nome tedesco), è tornato su parecchi semafori cittadini per la gioia dei berlinesi dell’Est che ne sentivano la mancanza, dei berlinesi dell’Ovest che, in fondo, lo trovano simpatico, dei turisti che lo fotografano a ripetizione e… mia, che mi strappa un sorriso ogni volta che si accende.
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71 – Il Muro

Berlino non ha un centro. E non ha luoghi comuni. Non c’è una piazza del Duomo. Un Empire State Building. Una Sagrada Familia. Una fontana di Trevi.
E la porta di Brandeburgo, per quanto simbolo, non ha il medesimo richiamo attrattivo.
Così non è facile decidere da dove partire. Manca totalmente il punto zero. O forse manca un punto zero che sia uguale e indiscutibile per tutti.

Il mio punto zero è stato il mercatino domenicale delle pulci a Mauerpark, nel quartiere di Prenzlauer Berg, nella parte Est della città.
Ed è a Prenzlauer Berg, in Bernauer Str, che mi sono imbattuta nel Muro.
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