114 – Ceci n’est pas une pipe (e cos’è, allora?)


Se c’è una cosa che Magritte, René Magritte, riesce a fare con le sue tele è catturarmi.
Se c’è una cosa che gli viene davvero bene è spiazzarmi.
Se c’è una cosa in cui è maestro è interrogarmi.
Perché quando dipinge una pipa e per quel processo di pittura surrealista mi avverte: ehi, ceci n’est pas une pipe!, automaticamente, con un sorriso ironico sulla faccia, penso: e cos’è allora?.

Perché nel Mistero dell’Universo (e Magritte è tra i surrealisti quello che, secondo me, meglio cerca di raccontarlo. Per lo meno ci prova. Un po’ come, a mio parere, ci provava quell’altro genio assoluto che era De Chirico, con le sue sospensioni temporali, i suoi volti senza occhi, la sua luce tagliante di un mezzogiorno solitario in una città deserta), dicevo, nel Mistero dell’Universo, io ci credo. Eccome se ci credo. E’ un bisogno per me. E’ fisiologico. Crederci. Ora più che mai.
Ma percepire il mistero (e pure l’universo) dietro alla pipa, beh ecco, questa è tutta un’altra faccenda.
E io devo ancora lavorarci, e tanto, prima di cogliere appieno il senso di una pipa che si intitola Ceci n’est pas une pipe!
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104 – Breve intermezzo che non conta. Ed è quasi Natale


Nella Grand Place le lucine dell’albero grande danzano contro la facciata dell’Hotel de Ville sulle note di Strauss.
Place St Catherine profuma di quiche salata, wusterl alla piastra e stufato alsaziano.
Il rosso e l’oro si confrontano nelle cioccolaterie del centro, dolci e ammiccanti alle prime luci della sera.
Intorno alla Borsa è un susseguirsi di pupazzetti, palle di vetro e waffles. Odore di cannella e di vino caldo.
Tintin (e i Puffi) mi saluta dietro alla vetrina stracolma. Lucido e colorato come una lacca vietnamita. Come le mie lacche vietnamite.

A volte uno pensa che è tornato per restare e, invece, deve subito ripartire.
A volte uno pensa che viaggiare sia sempre una festa. E poi, invece, ci sono anche i viaggi che mettono ansia. A volte uno si costruisce dei castelli. E poi le cose vanno meglio di come devono andare. A volte uno si ritrova a Bruxelles. Anche se avrebbe preferito rimanere a casa. A cucinare biscotti e sfornare tortine. Perché è quasi Natale ed è tempo di riaprire le scatole colorate. Tirare fuori le formine vecchie e quelle nuove appena arrivate. Riaccendere il forno e riempire i sacchetti.

A volte uno scopre che ritrovarsi a Bruxelles in un giorno qualunque di novembre, quasi Natale, non è tanto male. Surreale, senza senso, strano, paradossale. Ma non tanto male.
Ed è, comunque, quasi Natale.

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