218 – Chi ha paura dei fantasmi?

Panamericana - Da Arica a IquiqueLa Route 5 è la Panamericana. Già il nome evoca tutto un armamentario di ricordi, miti adolescenziali, letture del tempo che fu, sogni giovanili, contestazioni e lotte.
Per me viaggiare significa soprattutto prendere strade. Percorrerle tutte. Attraversare regioni e distretti. Impossessarmi del Paese a botte di chilometri sulle gomme. Se posso, evito i voli interni, anche se consentono di risparmiare tempo. Se posso, evito le strade principali, anche se sono più veloci.
Se posso, percorro le strade della mia fantasia. Quelle che, in qualche modo, mi hanno portato a scegliere un Paese anziché un altro.
La Panamericana – 27.750 km di strada lungo tutta la costa pacifica del Continente Americano – per me è tutto questo. Un po’ come la Route 66 negli Stati Uniti. O la Via della Seta in Oriente, che prima o poi mi deciderò a imboccare.

Da Arica a Iquique (309 km per un totale, presunto, di 3 ore e 41 minuti di viaggio), la Route 5 è un susseguirsi di paesaggi lunari privi di vita. Le macchine e i camion che si incontrano sono pochi. Niente case lungo il percorso. Niente piante, alberi, campi seminati. Nessuna forma di vita. Solo la strada, il cielo cobalto e trasparente e il soffiare continuo del vento. Ogni tanto, sul ciglio, dei piccoli altarini decorati in memoria di qualcuno che su quel tratto ha perso la vita.
Fine. La Panamericana. 300 km di niente.

Subito dopo il bivio che collega la Route 5 alla Route 16 che porta a Iquique, però, si incontra un cartello marrone, di quelli che invitano a fermarmi per visitare qualcosa: Officina Humberstone e Santa Laura.
E’ lì che siamo diretti. E’ lì che vogliamo andare.
Accettiamo il suggerimento. Deviamo. Andiamo a visitare le due minuscole ghostown abbandonate nella terra del nulla.
Di seguito il racconto, soprattutto fotografico, di quello che abbiamo visto.
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217 – Un hotel sull’Oceano

Oceano Pacifico - AricaDall’Hotel Apachete di Arica, venti chilometri, più o meno, dal confine con il Perù, l’Oceano si sente. Non solo se ne sente il fragore quando si infrange contro le rocce, ma lo si sente appiccicato addosso mentre si fa colazione e attaccato alle narici quando si esce dalla stanza.
E’ un mare imponente e schiumoso, che affascina e mette paura.
Rimango a fissarlo. A fissare i temerari che alle sette del mattino, in mezzo a quella che a me sembra una burrasca ma che forse qui è la normalità, escono con le tavole; a fissare la schiuma bianca che arriva e si ritira sbattendo contro le cose; a guardare gli uccelli neri che impassibili continuano la loro pesca sulle rocce, come se nulla fosse.
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216 – Del lago a 4600 metri, delle popolazioni aymara e di noi

PutrePutre è il centro Aymara più grande della zona, nonché porta d’accesso per il Parque Nacional Lauca, motivo della nostra permanenza qui prima che io capissi che a interessarmi davvero era la gente che vive da queste parti, più ancora dei lama e dello spettacolo della natura.
Ricardo, un ragazzo argentino giramondo che da qualche mese gestisce l’Hostal Pachamama in cui abbiamo dormito per due notti, ci ha spiegato che gli ayamara sono i più chiusi tra i popoli inca, talmente chiusi da non vedere di buon occhio né i turisti che invadono le loro terre né gli stranieri che capitano da queste parti per lavoro.
Forse per questo, diceva, le loro tradizioni sono le più radicate e il loro mondo quello rimasto più autentico e vicino agli antichi valori.
Donne Aymara nella piazza centrale di Putre Continua a leggere

215 – Tuvieron suerte!

AricaAd Arica il cielo è azzurro. C’è vento e il sole caldo. Scotta sui jeans scuri e la giacca nera. L’aeroporto sorge in mezzo al nulla. Un nulla vero di sabbia bianca e oceano.
Qui sbarcano famiglie con bambini al loro primo volo, turisti (pochi) in visita ai deserti del Nord e surfisti biondi con tavole enormi al posto della valigia.
Parlano spagnolo. Sono locali. O comunque sudamericani. Ma potrebbero essere californiani. O australiani. Per il look, il modo di fare e il cipiglio.
Penso all’infinita costa pacifica. Accomunata, da Nord a Sud in tutte le Americhe, da un solo obiettivo: cavalcare l’onda perfetta. Basta così poco per unire il mondo.

Oggi siamo diretti a
Putre. Si trova a 129 chilometri a est di Arica. In 129 chilometri si passa da 0 a 3600 metri sopra il livello del mare.È inevitabile che tutti qui sappiano cos’è il mal di montagna, che da queste parti si chiama “puno” (o qualcosa del genere), e come vada affrontato.Noi non ci pensiamo. Io, per lo meno, cerco di non pensarci. Bevo litri d’acqua e mi lascio assorbire dal paesaggio che ho intorno.Con la nostra macchina noleggiata all’aeroporto di Arica ci arrampichiamo pian piano su per l’altipiano lungo la Route 11 che porta in Bolivia.

Route 11 - Da Arica verso Putre

In meno di mezz’ora ci ritroviamo a 1000 metri. E poi sempre più su. In un paesaggio prima accecante di beige sabbia e poi sempre più lunare.
Talmente silenzioso, immobile e vuoto da togliere il fiato. Anche più del mal di montagna.
Sono affascinata. Continuo a scattare foto. Ma nessuna di queste rende davvero il senso di quello che sto vedendo. E pensando.
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214 – Cronache da Santiago: visitando Bellavista

Murales a Santiago del ChileLa prima cosa a colpirmi quando sorvoliamo Santiago, dopo quasi 15 ore di volo scomodissimo e interminabile, è il profilo delle montagne che la circondano illuminate dall’alba che sorge sopra alle nuvole: sono maestose, perfette, amichevoli.
La seconda impressione dopo essere atterrata nelle prime luci del giorno, quattro gradi all’esterno e un cielo parzialmente nuvoloso e giallo, è olfattiva: il profumo dell’inverno, infatti, bruciato e pungente, mi accoglie non appena metto piede fuori dall’aeroporto e per tutta la giornata mi regala una strana sensazione di deja-vu, di qualcosa di già vissuto in un passato non troppo remoto.
Quando arriviamo a Santiago fa freddo. O forse noi abbiamo freddo perché arriviamo da settimane torride a 40°. Fino a quando il sole non si scalda e l’inverno lascia il posto alla primavera, vacillo tra ricordi che hanno a che fare con viaggi autunnali ed europei e antichi ricordi di scuola, fredde giornate di novembre a correre a casa per fare i compiti e trovare calore.
Poi l’inverno lascia il posto alla primavera. Ci togliamo le giacche. Ci lasciamo scaldare. Il cielo è azzurro, trasparente e profumato di boccioli in fiore.
E capisco che la grande fortuna di questo viaggio è la possibilità che mi regala di vivere due primavere in un anno. Quella smania di serate all’aperto sebbene il sole continui a tramontare presto la sere e le temperature a rimanere ben al di sotto dei 20°.
Ma per me e per i tanti ragazzi che invadono i tavolini all’aperto di Bellavista, fumando sigarette e bevendo birra, è la primavera il motore del buon umore.
Primavera a Santiago

Voglio provare, per questo viaggio, a essere costante nei miei diari di bordo. E quotidiana (o quasi) nella pubblicazione dei post.
Proverò a raccontare quello che vedo e mi colpisce day by day, connessioni e tempo permettendo. In modo che le sensazioni, le impressioni, tutto sia ancora caldo. E onesto.
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