211 – La Scuola, bed and breakfast tra gessi e lavagne

La Scuola Guesthouse - Lusina (VI)Niente. Io non riesco più a star dietro a questo blog. Le giornate sono interminabili. Piene di cose. Infinite. Sfinenti.
Vivo. Sto vivendo tantissimo. Assorbo ogni cosa. Al lavoro. A casa. Da sola prima di dormire. Mentre viaggio. Quando pedalo trafelata da casa al lavoro. E dal lavoro a casa. Nelle notti in cui mi sveglio con l’angoscia di star perdendo tempo. Di avere ancora qualcosa da fare. O da leggere. O da finire.
Sembro chiusa a riccio. Non lo sono.
Sono affascinata. Affamata. Assetata. E al tempo stesso, serena. Tranquilla.
Alcune cose le perdo. Scivolano via. Non importa. Le recupero. O le lascio andare.
Ho imparato a fare tutto. E a lasciare andare quello che non riesco a fare.
Sono successe tantissime cose.
I weekend di marzo prima e di aprile poi si sono succeduti con una rapidità che mi ha tolto il fiato. Siamo già a maggio. E’ già quasi estate.
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205 – Del Conte Dracula e del suo Castello

Transilvania - Conte DraculaIl Castello del Conte Dracula – quello che nell’accezione comune viene considerato essere il Castello del Conte Dracula – è un enorme Luna Park a cielo aperto situato a una ventina di chilometri a Sud-Ovest di Brasov.
Transilvania - BrasovBran, la città che lo accoglie, si presenta subito come luogo estremamente turistico, un susseguirsi di bancarelle e minuscole casette che qualche guida potrebbe definire “trappole per turisti”. Souvenir di valore discutibile vengono venduti per pochi lei in serie. Tazze con l’effigie del Conte, calze di lana made in China, palle di vetro, giochi a tema (e no), maglioni in lana grezza, legnetti intagliati (che io ho deciso di aggiudicarmi dopo che C. la minuscola ha esclamato “Guarda mamma. C’è anche il Signor Bastoncino!” trasformando in magia pura il semplice rametto), biscottoni giganti a forma di vampiro e fantasma…, tutto questo e moltissima altra paccottiglia trovano posto lungo la strada che porta verso il castello.
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204 – In Transilavia, contro ogni pregiudizio

Biertan - Venditori ambulanti localiAmo i viaggi autunnali. Li amo molto più di quelli estivi. Forse perché amo l’autunno più dell’estate. O forse perché mi portano sempre in posti piccoli, micro zone inaspettate. O forse per quell’odore di nebbia e legna bruciata che mi lasciano addosso.
Non so perché. Ma sta di fatto che amo immensamente i viaggi autunnali. E da quando l’ho capito, non c’è stato anno in cui mi sia persa l’occasione di partire a ottobre. E non c’è stato viaggio fatto a ottobre che mi abbia deluso.

Quest’anno abbiamo optato per la Transilvania, nel cuore dell’Europa, al centro di quella Romania che io ho sempre sdegnato, considerandola uno stato di serie B. Che tristezza, a pensarci, classificare gli stati in serie, quelli che meritano una visita e quelli che, invece, si potrebbero tranquillamente cancellare dalle mappe. Ma questo era il mio pregiudizio. Questa la mia convinzione. E questo anche il timore quando ho prenotato il volo.
Una terra squallida, triste e povera. Senza alcuna attrattiva se non lo squallore che la caratterizza. Questo è quello che, senza dirlo apertamente, temevo di trovare.
Non esiste modo migliore per vincere i pregiudizi (e le paure) che testare con mano. Non c’è strumento migliore per conoscere la verità del viaggio. E non c’è libro più interessante che le guide di viaggio.

E così, ora eccomi in Transilvania, Romania. Su e giù per queste valli meravigliose, a visitare cittadine graziose, accoglienti e colorate. Ad assaggiare un cibo gustoso e genuino. A scoprire che anche il vino non è niente male. E soprattutto a capire che le persone che vivono da queste parti non sono rom e migranti. Che la Romania non li caccia soltanto i suoi figli, ma li accoglie e regala loro una vita, forse semplice, fatta di poche cose, ma vera e reale. E lo fa dentro ai suoi confini.
A rendermi conto che a guardare certi documentari, a leggere certe storie, ci si perde la meraviglia che queste terre nascondono.

Vi racconto il mio viaggio di ottobre in Transilvania. La terra di Dracula, dei castelli e delle chiese fortificate, delle case color Puffo e delle nebbie che si alzano la sera.
Vi racconto la mia Romania, dove le persone sorridono poco, ma sono gentili e disponibili, dove chiunque parla almeno 4 lingue e dove il tempo sembra essersi fermato.
E consiglio a tutti di venirci da queste parti. In autunno, in inverno, in primavera o in estate. Perché a dispetto di ogni pregiudizio, questo si sta rivelando un viaggio fantastico. On the road nel cuore dell’Europa, alla scoperta di un Paese che è decisamente molto di più di quello descritto nei documentari su Ceausescu e sulle onde migratorie dall’Est.
Transilvania Dettagli

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190 – La Montmartre degli Impressionisti

MontmartreNel secondo giorno della mia inaspettata visita parigina, siamo stati a Montmartre, un quartiere che ho amato molto in passato per la sua storia d’arte e trasgressione, ma che ho sempre percepito come troppo finto, turistico, costruito per rispondere ad aspettative precise. Come le tovaglie a quadretti rossi nei ristoranti di Trastevere.
Così, stavolta come sempre, la sensazione è stata di amore e odio, fascino e fastidio.

Nonostante questo, se qualcuno mi chiedesse un posto da visitare assolutamente a Parigi, risponderei senza dubbio Montmartre. Perché in questi vicoli stretti arroccati sulla collina più alta della città, tra queste case antiche, si sono consumate alcune delle più belle e produttive esperienze artistiche del mondo e qui hanno visto la luce alcuni dei quadri che maggiormente hanno influenzato e plasmato la storia dell’arte.

Durante questa visita guidata del quartiere, ho avuto la fortuna di accedere a zone normalmente chiuse al pubblico e che, naturalmente, in passato non avevo avuto modo di visitare, e di poter completare il quadro della mia conoscenza del periodo con curiosi aneddoti e interessanti dettagli.
Sebbene, dunque, sia epidermicamente contraria alle visite guidate, qui consiglio vivamente il supporto di una guida. Da inondare di domande come ho fatto io con la mia.
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189 – Ritorno a Pigalle

Moulin Rouge - ParigiEra una mattina gelida di inverno quando visitai Pigalle per la prima volta. Non ricordo l’anno. Poteva essere dicembre 1997 o 1998.
Faceva freddo a Parigi e il cielo era bianco, ovattato.
Erano gli anni in cui studiavo storia dell’arte all’Università, leggevo Sartre e Simone de Beauuvoir, mi ispiravo a Baudelaire e Rimbaud ed ero follemente innamorata dei pittori maledetti che vivevano a Montmartre nell’Ottocento.
Parigi in quegli anni era per me il completamento di un percorso formativo. La realizzazione di un sogno. New York e tutto quello che New York è diventata poi era lontanissimo allora. Parigi era il mito assoluto.
Io ero giovane, ingenua, piena di sogni e ideali, infreddolita, esaltata.
Pigalle non era niente di che se non il percorso conclusivo della visita a Montmartre, la turistica e “finta” Montmartre, che pure a me aveva riempito il cuore di immagini, storie, rappresentazioni. Per la visita di Pigalle un paio di ore sarebbero state sufficienti.
Qualche foto al Moulin Rouge, un’esplorazione veloce del quartiere, le foto alla fermata della metro in Place Pigalle e via.
Pigalle - Parigi

La seconda volta che mi sono ritrovata a passare di fronte al Moulin Rouge era la notte di capodanno. Anche in questo caso non ricordo l’anno, probabilmente il 1998. Ricordo, però, che non faceva eccessivamente freddo e io avevo una gonna cortissima e un paio di scarpe con i tacchi. Non tacchi veri. Una specie di tacchetto sufficiente, però, a mettere in crisi una abituata a portare solo Dc Martens e All Star.
La metropolitana era bloccata e così eravamo venuti a piedi da Place de la Concorde a Pigalle per cercare non so che centro sociale, un posto assurdo dentro a un vecchio ospedale abbandonato di cui ci avevano parlato due punkabbestia (si chiamavano così all’epoca) conosciuti la mattina precedente nel Quartiere Latino.
Per me quello era l’anno dei Sotteranei di Parigi e avevo passato l’intero soggiorno a cercare tracce intorno ai tombini che mi rivelassero la presenza di una via di accesso per il mondo sepolto. Erano gli anni del mistero, di ciò che non si vede, dei percorsi non turistici. A quel punto a Parigi ero stata già diverse volte e avevo voglia di conoscerne un volto nuovo, sconosciuto.
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