222 – A Milano, il primo bar endemico al mondo

Wooding Bar - Via Garigliano 8, MilanoCi sono passata perché facilmente raggiungibile da casa e perché attratta dalle parole “endemico” “primo” “al mondo“.
Ci sono passata perché la Milano dei primati, delle novità, dell’innovazione mi affascina infinitamente.
Ci sono passata perché Wooding Bar è senz’altro un locale capace di incuriosire, con la sua idea stravagante e decisamente nuova come base per le fondamenta.

Il 3 ottobre è stato inaugurato a Milano il primo bar endemico al mondo. Non sapendo nemmeno esattamente cosa volesse dire (non “endemico”, ma “bar endemico”) ci sono passata per capire il contesto, cogliere il senso ultimo dell’idea e toccare con mano il frutto del progetto.
Risultato: qualche foto scattata in un momento ancora di grande calma e tranquillità, 4 chiacchiere con uno degli ideatori del locale, una birra giapponese bevuta in fretta prima di tornare a casa.
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207 – Nella bottega dello Zucchero Filato

Zucchero Filato - Viale Tunisia 5, MilanoSono giornate di nebbia che increspa i pensieri e sole che squarcia il bianco.
Nottate di risvegli improvvisi e riflessioni nel buio. Mattine di corsa e pomeriggi senza tempo.
E’ scoppiato Natale e non ho tempo di inseguirlo.
Mi manca il tempo. Mi mancano amici lontani. Sempre più distanti.
Mi mancano le cose che perdo.

E sono giornate in cui inforco la bici. E attraverso la città pedalando velocemente.
Non riesco a soffermarmi. So che potrei godere della meraviglia che nasconde.
Amo Milano a dicembre.
Amo le luci di Natale solitarie nelle notti silenziose.
Ma non è il Natale. Non è nemmeno l’attesa.
Ad affascinarmi è la profonda solitudine che le lucine accese non riescono a togliere di mezzo.
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202 – Éclair is the new Macaron

Eclair-MilanoGli éclair non li conoscevo. Finché non sono venuti loro a conoscere me, non so nemmeno bene come, sulla mia timeline di Facebook.
E’ strano come a volte certe cose mi colpiscano prima ancora che capisca davvero di cosa si tratti. Ed è strano come il mondo mi stia venendo incontro in questi giorni, con tutto l’incanto, la meraviglia e la paura di perdermi pezzetti che si porta dietro.

Gli éclair non sapevo cosa fossero. Non ne avevo mai sentito parlare.
La settimana scorsa me li sono ritrovati su Facebook e mi hanno incuriosito e domenica scorsa sono passata ad assaggiarli.
Ora so che si tratta di “pasticcini” oblunghi preparati con pasta choux, riempiti con crema pasticcera o panna e ricoperti di glassa. So anche che Marie Antoine (Antonin) Carême, chef francese vissuto nel XIX secolo, ne è considerato un po’ l’ideatore primo mentre Christophe Adam è colui che li ha rilanciati e li sta esportando nel mondo.

Infine, so che a Milano sono arrivati il 6 agosto, con due punti vendita targati L’éclair de génie: la Fabrique di Corso di Porta Ticinese 76 e la Boutique di Corso Garibaldi 55.

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179 – Fuorimano. Off the beaten Path

Fuorimano OTBP - Via Cozzi 3Ci sono posti che quando ci entro mi si apre il cuore. Che mi fanno scattare quella voglia di fare, scoprire, conoscere che io associo sempre a New York. Anche quando mi trovo a Milano.
Posti di cui ho voglia di parlare, che mi piace raccontare e che non smetterei di fotografare. Posti così. Spesso lontani dai circuiti più noti. Spersi nel nulla. Inaspettati quel tanto che basta per presentarsi come Paesi delle Meraviglie in cui si precipita dopo un salto nella tana del Bianconiglio.

Fuorimano OTBP, dove l’acronimo sta per Off the Beaten Path, è uno di quei posti. Sprofondato nel cuore di Bicocca, tra vecchie vie che sembrano strade di paese, case basse che assomigliano alle corti di campagna, blocchi moderni e anonimi, gli edifici dell’Università che io trovo affascinanti nonostante il loro squallore, campi abbandonati, la ferrovia e i cartelli dell’Hangar Bicocca, in questo locale enorme realizzato all’interno di un vecchio capannone nella migliore delle tradizioni nordiche e anglosassoni non sono capitata esattamente per caso. L’ho cercato, perdendomi nella pioggia e in mezzo al nulla, dopo averlo visto di sfuggita in una foto pubblicata su Instagram da uno dei profili più interessanti che seguo, lei sì per puro caso: Pepitepertutti.

Via Roberto Cozzi 3, dove Fuorimano OTPB si trova, non è esattamente una via di passaggio. In più, il locale, non si affaccia nemmeno sulla strada, ma occorre percorre un breve vialetto che sembra di camminare negli Anni Sessanta per arrivarci.
Bisogna avere voglia, quindi, di andarci. Se non si è della zona.
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174 – 17 gennaio, Sant’Antonio, il falò e l’Abbazia di Morimondo

Falò di Sant'Antonio - Morimondo

All 16.30 precise, proprio oltre le mura di cinta dell’Abbazia, gli edifici gialli ocra del complesso monastico a stagliarsi contro il cielo terso alle mie spalle, il tramonto a dipingere di rosso le guance e la campagna tutt’intorno, viene accesso il Falò di Sant’Antonio a Morimondo.

Osservo rapita i legnetti e i bancali accatastati bruciare lentamente, quasi con riluttanza, prima di lasciarsi travolgere dalle fiamme.
Il cielo è azzurro ritocco, il sole fa ancora capolino oltre la catasta. Tutto sa di antico in questo borgo che parla di medioevo e campagna, calma, lentezza.

Ci penso: non ho mai visto accendere un falò.

La mente corre ai tempi passati. Quando questo era un rito propiziatorio legato non tanto al culto di Sant’Antonio quanto all’andamento delle stagioni, alla necessità di auspicarsi un raccolto ricco dopo la semina e un nuovo anno di successi e prosperità.
Di culto in culto, di usanza in usanza. Fino a oggi. Quando la collettività non imputa all’atto nessun significato particolare se non quello di regalare un momento di svago alle famiglie annoiate nella gelida domenica di gennaio.
Ci sono bambini che corrono pericolosamente vicini alle fiamme, adulti che scattano foto pronte per essere condivise, anziani giudicanti in grado di raccontare i falò degli ultimi 30 anni.
Dietro di noi, a ridosso delle mura, vengono distribuiti vin brulé, cioccolata calda e chiacchiere. Le prime di stagione. Per esprimere il secondo desiderio dell’inverno.
Falò di Sant'Antonio - Morimondo

Guardo la catasta di legni prendere fuoco. E’ la prima volta che vedo accedere un falò. Dicono che il falò di Sant’Antonio sia di buon auspicio. Dicono.
E io sono completamente rapita da tutto quello che mi circonda: il gelo dell’inverno, il cielo azzurro tinto dalle striature rosa del tramonto, la campagna geometrica che mi circonda, le fiamme che lapillo dopo lapillo salgono al cielo, il fumo giallo dietro cui volano aeroplani lontani.
E’ il 17 gennaio. Non sono religiosa. Non mi interessa il culto dei santi. Non ho nessun dio particolare a cui votarmi se non il mio, personale e unico, compagno di lunga data, che odio e amo e che mi porto dietro da sempre.
Ma è Sant’Antonio. Io ho bisogno di dar fuoco al passato. E ingraziarmi gli dei. Per un anno migliore. Per un raccolto prospero. Per una semina fruttuosa.

E’ il 17 gennaio. E questo è il racconto (quasi interamente fotografico) di questa giornata fuori porta.
Alla scoperta della Lomellina, dell’Abbazia di Morimondo, della cucina tipica della zona e di Sant’Antonio. Il Santo che protegge gli animali e a cui è associato il fuoco, il fuoco che brucia e il fuoco che purifica. E che per me quest’anno rappresenta il simbolo a cui votarsi per effettuare il salto. Lontano dal buio. Oltre la siepe. Continua a leggere