113 – La ragazza con il ghiaccio dentro

C’è questa storia, Lo specialista, inserita nella raccolta L’uomo che sposò un albero e altre storie edito Mondadori, che racconta di Alice, la ragazza che aveva la steppa dentro, il gelo e il freddo, il nulla bianco che non è vita.
Alice vive una quotidianità più o meno normale. Salvo che a tratti prova un dolore profondo. Un dolore che nessuno capisce. E che nessuno si spiega. E che, forse, a nessuno interessa.
Alice non ha un vero male. Alice ha un vuoto assoluto e totale. Gelido. Alice è un contenitore senza contenuto. Una donna che non è una donna.
Si sdraia sul lettino ostetrico. Appoggia i piedi sulle staffe, lascia che le coprano le gambe e attende. Attende che esperti e luminari capiscano cosa racchiude il suo corpo. Cosa si nasconde aldilà della caverna, dentro, oltre, in profondità.
Il nulla.

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109 – Nella tana del Bianconiglio

Ci sono storie meravigliose. Storie che stanno lì per essere raccontate. Storie che stanno lì per essere ascoltate. Storie strane. Con porte da aprire. Anche se a volte non si ha voglia di farlo. E ci si limita a sbirciare dalla serratura.
E poi ci sono storie che qualcuno decide di farci leggere, guardare, sentire. Storie che qualcuno pensa che dovremmo conoscere. E quelle storie diventano preziose.

Di libri che parlano di conigli o hanno un coniglio come protagonista ne ho letti un po’. Naturalmente Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio di Lewis Carroll. Poi La lunga notte del Coniglio di Giacomo Gardumi, una specie di horror fantascientifico made in Italy. La collina dei conigli di Richard Adams, romanzo dell’infanzia di cui ricordo molto poco se non l’edizione dalla splendida grafica.
Poi c’è il Bianconiglio che Neo deve seguire in Matrix se vuole conoscere la verità.
E infine c’è Harvey, l’ultimo in ordine dei tempo, che è un romanzo del 1945 di Mary Chase e un film del 1950 di Henry Koster.
E che non è solo un libro e un film. Ma un modo per dire non avere paura.
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100 – Gli Invisibili vanno all’Università

Ho scritto racconti. Ne ho scritti tantissimi. Sono sommersa da incipit. Senza finale.
Non erano le storie a interessarmi. Ma le situazioni.
I miei erano Racconti Americani e si dividevano in due filoni: il filone Primary school, che si ispirava al racconto Stand by me di Stephen King. E il filone Harvard. Che non aveva modelli di riferimento. Ma era fortemente influenzato dal romanzo La Classe di Erich Segal.

Quando lessi La Classe non avevo più di 13 anni. All’epoca Harvard era un’idea vaga, un concetto astratto. Una specie di immagine onirica.
Ad affascinarmi non era il prestigio dell’Università. Ma quel bagaglio di scene che si trascinava dietro.
L’idea del campus, la possibilità di condividere spazi ed esperienze senza dover necessariamente creare dei rapporti, gli antri nascosti dove perdersi e sparire.
Erano immagini e scene a colpirmi: prati verdi accuratamente tagliati coperti di foglie; la neve che scende dalle finestre antiche; la biblioteca che profuma di legno e passato; la caffetteria brulicante; ragazzi che corrono da una parte all’altra con i libri in mano; circoli di studenti.

Harvard era uno spazio temporale più che fisico.
Un non luogo dove trascorrere, in solitudine, 4 anni della propria esistenza. Per poi tornare nel mondo reale e nella vita vera.
Harvard era meravigliosa.
A tal punto meravigliosa, che in qualche modo divenne per me archetipo dell’adolescenza e della post adolescenza. Terra Promessa inseguita e mai acciuffata.
Da grande andrò ad Harvard, dicevo. Lo dico ancora. Ogni tanto.

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97 – Il porto dei sogni incrociati

All’inizio del secondo millenio, non ancora trentenne ma quasi, dopo aver viaggiato in lungo e in largo per l’Europa, conobbi l’oceano, i mari del nord, le case di legno nei villaggi dei pescatori, i fari. Conobbi i gabbiani che volano bassi sui pescherecci, le birrerie del porto, i moli di legno. Conobbi quell’odore misto di salsedine e pesce fresco. I maglioni di lana grezza sulla pelle scura. I cappelli calati sulla fronte.

E conobbi lo scrittore Björn Larsson, il pirata Long John Silver (La vera storia del pirata Long John Silver) e quell’altro libro meraviglioso, Il porto dei sogni incrociati, di cui non ricordo quasi nulla, solo quell’atmosfera sospesa e lontana dei mari del Nord. Quel senso devastante di oceano che fa sprofondare qualsiasi realtà. Ed è sempre inverno. Ed è sempre freddo. E i gabbiani volano sempre bassi sui pescherecci colorati.
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75 – Il Grande Libro delle Liste: Friedrichshain

Se sue due piedi dovessi dire qual è il quartiere che mi è piaciuto di più a Berlino direi Prenzlauer Berg, con le sue strade acciottolate, i palazzi tirati a nuovo, i divanetti sulla strada, i locali dall’atmosfera rilassata, le ragazze bionde che sorseggiano vino rosso a piedi scalzi sul marciapiede…

Ma riflettendoci un secondo, pensando alle cose viste, ai pensieri pensati, alle riflessioni fatte, probabilmente dove vivrei è a Friedrichshain, l’ultima frontiera dell’Est, il quartiere multiforme, dove convivono case occupate e bar alla moda, artisti e nulla facenti, studenti e professionisti, piccole piazze e strade di nulla.
Friedrichshain, tagliato in due dalla Karl Marx Allee, l’orgoglio nazionale, teatro di parate militari e contestazioni operaie, ha qualcosa del Village, il West Village più estremo. Quello dove non vanno i turisti, perché non c’è molto da fare. Ma che se poi lo attraversi con calma… beh, se gli dedichi 5 minuti, qualcosa da fare lo trovi sicuro.
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