166 – Pink Passion. Barbie the Icon al MUDEC

Barbie the Icon - MUDEC, Milano

Barbie’s evolution style (Collectors edition) © Mattel

É un mondo rosa shocking quello dentro al quale mi intrufolo al MUDEC – Museo delle Culture di Milano nella fredda mattina di ottobre, luce diffusa e umidità penetrante.
La mostra Barbie – The Icon, infatti, che ha aperto i battenti il 28 ottobre, trova spazio nelle sale museali accanto alla collezione permanente, alla mostra Gaugin – acconti dal Paradiso e al laboratorio Mosaico Marocco allestito nell’ambito del Mudec Junior, un nuovo modo di concepire le attività didattiche per i più piccoli (target 4-11 anni).

É Barbie, però, il vero motivo per il quale aspetto impaziente la conferenza stampa in cui vengono presentate le attività del museo e in cui l’allestimento viene mostrato per la prima volta al pubblico.
É lei, bionda, impeccabile, perfetta nonostante i suoi 56 anni (per altro tutti vissuti sulla cresta dell’onda), che non vedo l’ora di ammirare in tutto il suo splendore, per perdermi nelle sue acconciature, nei suo look mozzafiato, nel mondo perfetto e luminoso nel quale da anni si muove, imperturbabile e imperturbata come una dea.

Barbie, che forse più di tutte le icone moderne, è simbolo di quella cultura pop che io sento profondamente mia, che plasma il mio sentire e modella la mia sensibilità estetica. E questo nonostante io da bambina la odiassi profondamente. Impegnata com’ero a diventare un maschio vestito di rosa.
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165 – East Market di Lambrate. Milano come Londra

East Market Milano - Lambrate, VenturaEast Market Milano - Lambrate, VenturaAldilà della ferrovia e della stazione di Lambrate, oltre i sottopassi e le gallerie, c’è un quartiere lontano fatto di vecchie case di ringhiera e capannoni. E’ un quartiere post-industriale, senz’altro periferico, con una vocazione indubbiamente da outsider.
E’ zona Ventura, che nei giorni convulsi del Fuori Salone, diventa il teatro delle proposte più nuove e interessanti, il palcoscenico per i designer più rivoluzionari e il trampolino di lancio per i creativi più talentuosi ancora non del tutto noti al grande pubblico.

Lo chiamano Ventura District e già il nome la dice lunga sul modello a cui si ispira quest’area che occupa una superficie, tutto sommato, limitata.
Siamo a Milano, zona Est. I vecchi cortili, le osterie, i bar tabacchi, la chiesa rossa con il campanile accanto, non lasciano dubbi in merito.
Siamo a Milano, ma potremmo tranquillamente essere a Londra.
E l’East Market, che sempre più sta diventando un punto di riferimento per i milanesi, non poteva che trovare qui la sua collocazione e il senso del suo esistere.
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116 – Le ragazze del Laboratorio Fusetti (e un ristorante sui Navigli)

Idee. E capacità di inventarsi la propria vita al di fuori dei sentieri tracciati. Talento. E coraggio di farlo fruttare. Spinte. A ripensarsi continuamente. Qualsiasi cosa accada che sia al di fuori del nostro controllo. Del mio controllo. Per non essere in balia degli eventi. Per trovare un senso. E un posto.
Anche quando ci si aspettava di andare da un’altra parte.

Le ragazze del Laboratorio Fusetti incarnano, in un certo senso, questo ideale. Ideale mio. Mio ora più che mai.
In un contesto che sembra tracciare il nostro destino dalla nascita fino alla morte, loro si sono reinventate. “Programmate” per fare altro (le mamme, le mogli, le fidanzate, le casalinghe, le impiegate, le enne nomenclature dentro le quali siamo ingabbiate), queste Piccole Donne hanno saputo dare una svolta al loro cammino, mettendo a frutto abilità innate e talenti nascosti, scoperti, più o meno per caso, durante il cammino.
Ora sono un gruppo. Un giovane gruppo di artigiane milanesi che giocano con la creatività (la loro) per dar vita a cose. Piccoli graziosissimi oggetti unici da sfiorare con le dita, di fronte ai quali stupirsi, dentro a cui perdersi. Da desiderare. E comprare.

Un gruppo multiforme che in una Milano restia ad accogliere il nuovo ha trovato uno spiraglio di affermazione.
E un luogo speciale in cui incontrarsi e organizzare eventi. Quella Cucina Fusetti (via Fusetti 1, Milano), frutto anch’essa di una scelta consapevole. Messo su con fatica, mattone su mattone, tubo su tubo, oggetto di recupero su oggetto di recupero, là dove prima c’era un antiquario.
E che del vecchio spazio ha assorbito l’animo, il bisogno di raccogliere, mettere assieme.
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96 – La metropoli della bambina

Se da bambina mi domandavano dove avrei voluto vivere da grande, senza esitazioni rispondevo Milano. E poi Torino. A un certo punto ho aggiunto anche Roma alla lista. Ma tutto sommato, da allora, il mio elenco (italiano) si è fermato a queste tre.
Pur riconoscendo, in seguito, il fascino di tutte le altre (Venezia, Bologna, Genova, le toscane tutte, Perugia, Palermo, Lecce, Bari, Verona, Mantova, Ferrara…), pur ammettendo i vantaggi che potrebbero derivare dal vivere in una città d’arte e cultura, un piccolo grazioso centro storico, persone calde che si salutano lungo la via, negozi a gestione familiare, parcheggi per tenere lontane le automobili, vie pedonali, estati calde e inverni miti, pur sapendo che possono esserci altrove condizioni di vita migliori, io ho bisogno, profondamente bisogno, della metropoli caotica, devastante, brutta nel suo grigio smog, traffico inquinato.
Ho bisogno dell’indifferenza della gente che non è poi del tutto indifferente.
Ho bisogno di uscire per strada e sentirmi numero in mezzo ai numeri, anima solitaria che nessuno salverà in caso di morte. Ho bisogno di non avere bisogno di niente e nessuno.
Immagine di me che mi perdo in un dedalo di vie senza fine, tank testardo che prosegue a testa alta, da solo.
Io ho bisogno della metropoli.
E questo lo capivo e percepivo anche da bambina, quando la mia conoscenza del mondo si limitava a casa mia. Quando alla domanda: dove ti piacerebbe vivere da grande?, sicura, senza un secondo di esitazione, rispondevo: a Milano. O forse anche a Torino.

Torino che a guardarla con gli occhi di un’adulta proprio metropoli non è. Né per i numeri. Né per quel suo essere isolata nel profondo Nord. Taciturna e poco chiacchierata. Gente che non fa troppo parlare di sé.
Torino, gli scioperi dei metalmeccanici e le imprese della Juve.
Torino che negli ultimi 10 anni ha preteso il riscatto e si è imposta alle cronache per eventi e iniziative (le Olimpiadi invernali, un successo planetario; i festeggiamenti per il 150° dell’Unità d’Italia; le mostre d’arte e le ristrutturazioni di grande valore; la musica d’avanguardia e i gruppi ribelli venduti a fior di concerti in tutta la penisola).
Torino. Dove a pensarci ora non so se proprio ci vivrei. Mi sta stretta Milano, non potrei andare d’accordo con la sorellina minore.
Ma che nella mia testa rimane “la metropoli“. Per quel suo non essere sfacciatamente bella, sfacciatamente artistica, sfacciatamente estetica. Perché è una città di conquista dove la gente va (andava) per trovare lavoro. E, quindi, c’è un po’ di tutto, bianchi e neri, nobili e proletari, cattolici e mussulmani.
Perché non è solo il suo centro storico e rimane terra di frontiera dove i sogni di miglioramento sono ancora possibili.

Nel weekend acquoso dell’autunno complicato, sotto a una pioggia torrenziale che penetrava gli ombrelli incollando le foglie rosse al marciapiede e alle scarpe, mentre Genova crollava colpita da uno schiaffo d’acqua, siamo tornati a Torino.
E questo è quello che abbiamo visto nella metropoli della mia infanzia.

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90 – Il Diavolo veste Prada (e lo fa nell’ex cinema)

L’Excelsior era un cinema del centro. Uno di quelli vecchi. Con le poltrone in vellutino rosso, la moquette a terra e la sala concepita in modo da rendere difficoltosa la visuale già nelle prime file. Aveva la balconata ed era molto grande. Non mi pare di averlo frequentato tanto. Sebbene, infatti, fosse centralissimo, rimaneva defilato rispetto ad altri. Non era un cinema d’essai e aveva una programmazione tutto sommato banale. Dovendo scegliere, quindi, preferivo altre sale, più moderne o più alternative.
L’ultimo film, però, che ho visto all’Excelsior lo ricordo molto bene. Era settembre 2006, pioveva a dirotto e, forse, faceva anche freddo. Io ero una giovane trentaduenne piena di sogni e avevo fatto la tessera per la rassegna Venezia a Milano, una bella iniziativa che porta a Milano i film di Venezia in anteprima e in lingua originale. Con una quarantina di euro si potevano vedere tutti i film della Mostra (quasi tutti) proiettati nell’arco di tutta la giornata in diversi cinema della città.
Era un appuntamento fisso per i cinefili milanesi che, armati di motorino, bicicletta o biglietto del tram, per una settimana, passavano da un cinema all’altro nel tentativo di vedere quanti più film possibile, con i loro programmi stropicciati in una mano e la tessera pronta per essere vidimata nell’altra.
Venezia a Milano (che ora non esiste più o, comunque, non esiste più con quella formula) significava, per me, overdose di immagini e storie, totale estraniazione dalla realtà, panini al prosciutto e bottigliette d’acqua, inizio dell’autunno, ritorno al cinema dopo la pausa estiva, voglia di tè caldo e film in televisione.
Era l’inizio di una nuova stagione. Magico e inaspettato come tutti gli inizi.
Quell’anno la tessera l’avevo fatta da sola. Io adoro andare al cinema da sola. Mi piace la sensazione di trovarmi al buio in mezzo a tutti quegli estranei, riesco a percepirmi seduta con gli occhi puntati sullo schermo, mi piace annullare i pensieri e vivere solo per quelle storie, per quei momenti.
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