159 – Sono andata a vedere Inside Out. E non ho provato nulla

Che, voglio dire, considerato che il film parla di emozioni, non è male. E la dice lunga sul gelo profondo che ricopre, in questo momento, ogni mio sentire.
E la dice lunga anche sulla mia attuale assoluta mancanza di empatia verso il mondo e le cose. E l’incapacità di salvarmi attraverso il bello.
Sta di fatto che dall’enorme sala semivuota, sono uscita senza alcuna emozione particolare. E questo, nonostante non vedessi l’ora di vederlo, questo film che parla di felicità e tristezza, paura, rabbia e disgusto.


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115 – Così io penso che se il mondo è una grande macchina, io…

Io amo andare al cinema. I miei primi ricordi di esperienze non domestiche o scolastiche, sono legate al cinema. Le domeniche mattina al Cinema Arti con papà a vedere cortometraggi firmati Disney e ad aspettare di salutare Pluto e Paperino.
Le prime lacrime cinematografiche versate per ET un sabato sera nell’inverno dei miei 7 anni. Lo stupore di fronte alla Storia Infinita in una domenica pomeriggio di sole. La rabbia dopo aver visto Red e Toby.

Il cinema è magia pura. Conserva il fascino del mondo sospeso. Buio. Lontano da tutti e da tutto. Accartocciarsi sulla poltroncina da sola. Aspettando l’inizio dei titoli di testa. Prima di trovarsi proiettati in una fantasmagoria di tutto.
Il cinema, per me, il cinema che amo, deve raccontare storie. Il cinema che si parla addosso non mi piace. Certi capisaldi considerati capolavori li trovo immensamente noiosi. Odiosamente brutti.
Il cinema deve essere poesia elevata alla massima potenza. Capace di trascinarmi e rapirmi. Portandomi via dal presente. Per due ore non deve esistere nient’altro. Non un fremito. Non un battito d’ala. Non un pensiero.
Per questo amo andare al cinema da sola. Nei pomeriggi feriali. Quando le sale sono vuote. E io sono padrona di quel non spazio e di quel non tempo.

Ieri sera sono andata a vedere Hugo Cabret di Martin Scorsese. Il film tratto dalla graphic novel La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick che racconta, attraverso gli occhi di un orfanello con il grande talento per aggiustare le cose, la storia del cineasta Georges Méliès, considerato uno dei padri fondatori del cinema moderno, dimenticato dopo la Prima Guerra Mondiale e rivalutato, poi, per l’importanza delle sue pellicole e il modo di rappresentare il reale e di utilizzare la cinepresa.
Io ci sono andata da sola. Uscendo nel gelido freddo della sera di febbraio. Cappello viola e mani in tasca. Senza nemmeno portarmi la borsa. Che tanto stavo andando al cinema e non a una sfilata di moda.
Ho infilato gli occhialini, che il film veniva proiettato in 3D, e per 125 minuti è stata magia pura.
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58 – Il cigno nero


A 7 o 8 anni ho frequentato un corso di danza. Mai scelta fu meno azzeccata. Primo, anche in formato minion, non avevo né il fisico né la grazia della ballerina. Secondo, raccogliere capelli ricci e ribelli in uno chignon alto è impresa ardua. Terzo, gli esercizi ripetuti all’infinito, apparentemente senza scopo, mi annoiavano a morte. Quarto, la danza non mi permetteva di far emergere quel desiderio di essere leader e al contempo gregario che ha accompagnato tutta la mia infanzia. Il bisogno eroico di morire per il punto. Il sacrificio come valore supremo dell’azione. Ero cresciuta a pane e Mimì Ayuara. E avevo imparato a memoria interi passi de I ragazzi della via Paal (“… Giovanni Boka guardò dritto davanti a sé. E per la prima volta, la sua anima di fanciullo capì quel che è veramente la vita. Per la quale noi, suoi schiavi, ora tristi ora lieti, moriamo“).
Non potevo essere l’aggraziata e altera ballerina. Pulita. Bianca e rosa. Fresca e ordinata.
Io ero il soldato nel fango. Sporca, cattiva, ribelle. Ma leale e generosa. Pronta a morire… Per la mia piccola patria oltre la linea gotica.
Fino a che un giorno mio padre arrivò a casa con un nuovo fumetto. E come tutte le decenni, per un attimo, sognai anche io, da grande, di danzare sulle punte.
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5 – Somewhere

Oggi era una giornata tutta per me.
E me la volevo godere tutta. Fino in fondo. C’era anche quel cielo settembrino che sa di autunno, crepuscolare, ma non troppo.
Milano era viva. La Settimana della Moda era ovunque. E io ci passavo in mezzo. Spettatrice incuriosita. Ma con leggerezza.
Guardavo il flusso di gente in Galleria Vittorio Emanuele. L’infinita varietà umana con quelle piccole perle di bellezza che spiccavano come macchie rosse in un film in bianco e nero.
All’Ottagono sfilavano corpi sinuosi, lo sguardo ieratico e la mano sul fianco. Flash e scatti improvvisati e una folla accalcata intorno al palco.

Stavo andando a vedere Somewhere di Sofia Coppola. Passo e veloce, ma sguardo attento. Per cogliere il dettaglio.
Il cinema – Multisala Odeon, via Santa Redegonda, Sala 7  – era semideserto. Vecchi, adolescenti e io.
Adoro le sale vuote del pomeriggio. Rimanermene seduta ad aspettare i trailer. Unica spettatrice nelle prime 10 file, posizione centrale. Quel mondo è tutto mio. Non devo condividerlo. I pensieri mi appartengono. Gli altri, la confusione, le risate, il gioco, la tristezza… Tutto rimane fuori. E io sono dentro ad aspettare che cominci il film. La sensazione è di compenetrazione. Non saprei come altro definirla. Come se io riuscissi a entrare in me stessa.
Poi si spengono le luci. La magia un po’ finisce. Ma rimane quel senso di limbo e il pensiero strisciante che sta per succedere qualcosa di illegale.
Ultimamente al cinema vado poco. Non ho tempo. E non mi piace andarci con altri.
Somewhere lo volevo vedere perché è ambientato allo Chateau Marmont a Los Angeles.
Quest’estate, durante il mio viaggio californiano, ero andata a visitarlo. Non sapevo nulla di questo posto. Ma da qualche parte avevo letto che era un posto mitico, con una lunga storia di trasgressione e arte. Così una mattina di sole accesso parcheggiamo la macchina di fronte al Viper Room e percorriamo il Sunset Blvd per tutta la distanza che ci separa dall’albergo.
E’ stata la mattina che ho amato Los Angeles. Che l’ho capita un po’ di più. Sebbene il Sunset fosse pressoché deserto e noi avessimo solo camminato lungo un marciapiede fotografando quello che incontravamo lungo la strada. Quella mattina la città era meravigliosa e io la amavo profondamente. Amore effimero. Ma tutti gli amori, anche quelli che durano poco, lasciano un segno.





Lo Chateau Marmont esternamente è un luogo anonimo. Svetta il bianco della struttura che sovrasta gli alberi. Ma per il resto non si vede nulla. Noi ce ne siamo rimasti lì a decidere se entrare o meno. Eravamo delusi. Forse ci aspettavamo qualcosa di profondamente diverso e ce ne siamo andati.
Qualche giorno dopo questa visita, ho iniziato a leggere un libro che mi avevano regalato in previsione del mio viaggio in California. Si intitola Los Angeles, è edito Feltrinelli ed è stato scritto da A.M. Homes. Delle sue 144 pagine, almeno un centinaio sono di una noia mortale. Le prime, però, valgono tutta la fatica di arrivare sino alla fine. La scrittrice è nata a Washington, ma vive a New York dove insegna alla Columbia University. Viene incaricata da una rivista di viaggi (mi sembra) di scrivere di un posto a sua scelta. E le opta per Los Angeles. Che odia.
Qui soggiorna allo Chateau che diventa il centro focale del suo resoconto di viaggio, scenografia e materia di discussione.
Lo Chateau è l’hotel delle star, il posto dove Hollywood va a trasgredire. Nelle sue stanze, nei suoi ristoranti, in piscina, al bar, hanno soggiornato i personaggi più strampalati e tutti gli artisti, più o meno accreditati, prima o poi ci sono passati (è un rito di passaggio – scrive la Homes). E’ il luogo per eccellenza. Pieno di tutto. Soprattutto di fascino.
Così, la mia impressione di anonimato di quella mattina a L.A. stride fortemente con la realtà dei fatti. Eppure è reale e tangibile. E rende il tutto ancora più surreale.

Naturalmente, mentre ero a L.A. di Somewhere non avevo ancora sentito parlare. E l’impressione che mi ha fatto scoprire, tornando a Milano, che era ambientato in un posto che, in qualche modo, aveva rappresentato parte delle mie vacanze, è stata fortissima. Era come se si dovesse chiudere un cerchio. Un segnale. Non so ancora dire di cosa. Ma i cerchi si chiudono sempre e tutto ha un senso.
Avevo scoperto dell’esistenza dell’albergo per caso. Per caso mi era stato regalato un libro, mesi prima della mia partenza, che lo poneva al centro della scena. Per caso Sofia Coppola aveva ambientato lì il suo film e per caso il film era uscito in Italia nei giorni successivi al mio ritorno. Troppa casualità.

Il film è lentissimo e bellissimo. Tutto è normalità pervasa da una sorta di leggerezza cosmica. Le cose succedono ma senza clamore. Non ci sono colpi di scena, rivoluzioni, cambiamenti repentini. E’ uno scorrere lento di giornate, una dietro l’altra, durante le quali un padre-attore-stardihollywood e sua figlia undicenne imparano a conoscersi. O forse già si conoscevano. Ma questo non è importante. A dire il vero nulla è importante. E nel nulla le cose succedono. Come nella vita vera.
Come nella mia giornata di oggi. Il film è una metafora della mia giornata di oggi. Del medesimo distacco partecipato che sentivo verso le cose.
La bellezza che percepivo intorno a me, mescolata al banale quotidiano.

SOMEWHERE
Regia di Sofia Coppola
Vincitore della 67° edizione della Mostra del Cinema di Venezia 2010

LOS ANGELES
Di A.M. Homes
Feltrinelli, 2006