203 – The Art of the Brick

Dreams are built… one brick at a time!
Grey - The Art of the brick, SawayaSono arrivati i Lego a Milano (ed è la seconda volta, da che mi ricordo, che i mattoncini colorati occupano gli spazi della Fabbrica del Vapore di via Procaccini 4) con una delle mostre più divertenti di questo autunno caldo che io ho deciso di andare a vedere nella prima sera libera che ho avuto di questo ottobre di felicità pura.
L’esposizione – The Art of the Brick – presenta una serie di opere, tutte rigorosamente realizzate con mattoncini Lego, dell’artista newyorkese Nathan Sawaya, un avvocato con il cuore bambino, che solo a guardarlo in faccia mi suscita simpatia.
Sviluppata per aree tematiche, la mostra costruisce un percorso che traccia una serie di filoni all’interno di una produzione che davvero può essere considerata una specie di gioco, un gesto artistico di puro intrattenimento. E per questo meraviglioso.
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191 – E del perché valga la pena passeggiare sulle acque con Christo

The Floating Piers - Lago di Iseo (18 giugno - 3 luglio)Il Lago di Iseo è piccolo e isolato. Non gode della fama del Lago di Como, non ha la grandeur del Garda, non ostenta la magnificenza del Maggiore.
Nonostante questo Christo, bulgaro di nascita, americano d’adozione, principale esponente della Land Art, lo ha deputato come luogo preferenziale per il suo The Floating Piers, l’opera d’arte territoriale pensata e voluta quando la moglie, l’artista Jeanne Claude, era ancora viva, che per due settimane (dal 18 giugno al 3 luglio) accenderà i riflettori su questa minuscola zona secondaria, colline verdissime, isolette lacustri e case di pietra.

Sui tre chilometri di pontili galleggianti costituiti da 220mila cubi di polietilene ad alta densità e sui 100mila metri quadrati di tessuto giallo cangiante che li ricopre e che diventa oro sotto ai raggi del sole, si fluttua dolcemente lasciandosi cullare dalle onde, divenendo parte del paesaggio e trasformandolo a nostra volta.

Da Sulzano a Monte Isola e poi fino alla piccola isoletta di San Paolo, camminando sulle acque come Christo ha indicato e vivendo sulla propria pelle e attraverso la propria esperienza personale l’opera, il cui valore artistico va molto aldilà della costruzione stessa.
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187 – Doubt. Di mostra e di fatto all’Hangar Bicocca

Hangar Bicocca MilanoMi impegno. Decido che almeno una cosa alla settimana devo farla per me e solo per me.
Che almeno una volta alla settimana, anche solo per 10 minuti, devo sentirmi appagata.
Che almeno una volta alla settimana devo sentirmi in viaggio.
Che almeno una volta alla settimana, anche solo per 10 minuti, devo tagliare i ponti e vivere concentrata di quel solo momento, in quel preciso spazio.

Con un piano davanti è più facile darsi degli obiettivi.

Il mio obiettivo di questa settimana era andare alla mostra di Carsten Höller, visitare l’Hangar Bicocca dove non ero mai stata e regalarmi una mattina lontano dall’ansia, dalla tristezza e dall’incapacità di comprendere “perché io”. Una mattina “fuori”.

Fuori l’Hangar Bicocca lo è davvero.
Sebbene lo si raggiunga facilmente con i la metropolitana, sbucando dalla Lilla (fermata Ponale) in un sabato mattina quasi caldo di quasi sole dopo giorni di freddo e pioggia, la sensazione è quella di essere in un “altro posto”. Non saprei dire quale. Ma un “altro posto”.
Non c’è traffico, i rumori sono attutiti. E alle dieci del mattino non incontro nessuno per strada.
Percorro via Chiese con la musica che mi rimbomba nelle orecchie e la piacevole sensazione di essere sola al mondo.
Cammino in direzione nulla, circondata dagli edifici dell’Università, da vecchie costruzioni industriali e, soprattutto, dal silenzio. Che a Milano è merce rara, persino dentro ai parchi.

Hangar Bicocca MilanoL’edificio dell’Hangar Bicocca, recupero di un vecchio edificio industriale attivo già negli Anni Venti e destinato alla costruzione e progettazione di treni e locomotive, mi appare sulla sinistra. Una struttura imponente, grigia e metallica (così mi sembra), sullo sfondo di un grande cancello e un piccolo cortile in cui decine di piante in vaso segnano il percorso che si snoda in mezzo alla scultura di Fausto Melotti del 1981 “La Sequenza“.
Tutto molto studiato, molto solitario, molto assolato, molto ventoso.
Lo trovo affascinante. E rivivo la sensazione piacevole di quando in viaggio mi ritrovo a visitare musei importanti collocati fuori dai circuiti turistici tradizionali.
Ho una gran voglia di entrare. Sono contenta di essere qui.

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184 – Milano design week. Luigi Ghirri. Interno italiano.

Appartamento Lago - Via Brera 30 - Milano Design WeekSi snoda intorno a una vecchia corte, al secondo piano di un bel palazzo antico in via Brera 30, l’Appartamento Lago, appuntamento fisso per me nella settimana del Fuori Salone, quando Milano si riempie di turisti, hipster, artisti, designer, architetti, esperti, eccentrici… E da affascinante diventa bella.
Comincio qui. Da questa casa intorno a cui si gira – pianerottolo, porta a destra, ingresso, living room, cucina, salotto, corridoio, bagno, bagno, corridoio, ingresso; pianerottolo, porta a sinistra, ingresso, sala da pranzo, corridoio, camere da letto, corridoio, sala da pranzo, ingresso, pianerottolo – che più che mostrare i mobili Lago, li fa vivere, li rendi veri e apre le porte all’immaginazione, ribaltando le prospettive. Come a dire: ecco, se avessi un tavolo così, è qui che vivrei. In una vecchia ed enorme casa al secondo piano di via Brera 30, affacciata sui grattacieli nuovi di Gae Aulenti da una parte e sui vicoli stretti di Brera dall’altra.
Il concept in sé è geniale e unico: case vere al posto di show room. Stanze arredate e vissute al posto di vetrine. E la possibilità di essere attivamente coinvolti nel progetto, diventando parte di una rete.
C’è da costruirci sopra ben più di un castello.
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181 – Hello Kitty, Candy Candy, Louis Vuitton e le nipposuggestioni

Tomoko Nagao - Hokusai-The Great Wave of Kanagawa with mc, cupnoodle, kewpie, kikkoman and kitty, 2012Ci sono cresciuta io. Mangiando pane, Nutella e cultura pop. Sono stati tempi dorati. Quelli della mia infanzia. Anni in cui le mamme non avevano nulla contro Hello Kitty, My Melody e i pomeriggi a guardare Candy Candy e a sognare principi mancati e baci sfiorati. Da mamma non riesco a essere altrettanto scanzonata e leggera. E se mia figlia si inchioda per ore davanti a un tablet o alla TV provo un sottile, per quanto soffocato, senso di colpa.
Ai miei tempi era diverso.
Il cibo confezionato era considerato progresso. Le merendine si compravano perché contenevano + latte e – cacao. E c’erano delle sorprese stupende che i bambini collezionavano. Gli slogan erano linfa culturale e li chiamavamo slogan. Non claim o payoff. La pubblicità era pubblicità. Non advertising. E lo storytelling era pratica quotidiana. Non teoria.

Ci sono cresciuta io, mangiando cultura pop a badilate.
Come poteva l’arte pop lasciarmi indifferente? Come avrei potuto non provare un brivido sottile di fronte a una scatola di zuppa Campbell rivenduta a migliaia di dollari per decorare pareti di musei internazionali o abitazioni di annoiati miliardari?
Tomoko Nagao - Young sick Bacchus with still life, 2015Come posso rimanere insensibile di fronte a un giovane Bacco con la faccia di Hello Kitty, circondato da barattoli di Nutella, teste di Mazinga, PSP marchiate Sony, nell’atto di infilare le dita in plasticosi noodles confezionati di fronte a uno schermo rigorosamente MAC acceso sulla pagina iniziale di Google aperta con Chrome?
Solo a scrivere tutto quello che c’è dentro provo un piacere intimo, un sorriso che parte da dentro, un vortice interiore.
Solo a pensare che il mondo raccontato dall’artista e il mio sono stati segnati dagli stessi simboli, in cui ci riconosciamo anche nella contestazione. Che ci appartengono anche quando proviamo a prenderne le distanze.
E’ la globalizzazione odiata. Che ci accomuna nella distanza. Tra noi e da lei.

Sono una pop girl che crede nel potere del logo.
L’arte pop non può che appartenermi intimamente, più di qualunque altra corrente artistica.

Per questo la mostra inaugurata il 10 marzo alla Galleria Deodato Arte di via Pisacane 36 non poteva che restituirmi il buon umore, ridarmi l’energia per affrontare con calma ogni cosa, sapendo che ci saranno sempre artisti capaci di emozionarmi. E che in fondo c’è sempre una scappatoia per le proprie paure: l’immaginario dell’infanzia.
Si intitola Japan Pop – Edo Pop e Nipposuggestioni. E’ aperta al pubblico fino al 31 marzo e vale assolutamente una visita, soprattutto per chi, come me, non ha mai smesso di identificarsi in Candy Candy.
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