216 – Del lago a 4600 metri, delle popolazioni aymara e di noi

PutrePutre è il centro Aymara più grande della zona, nonché porta d’accesso per il Parque Nacional Lauca, motivo della nostra permanenza qui prima che io capissi che a interessarmi davvero era la gente che vive da queste parti, più ancora dei lama e dello spettacolo della natura.
Ricardo, un ragazzo argentino giramondo che da qualche mese gestisce l’Hostal Pachamama in cui abbiamo dormito per due notti, ci ha spiegato che gli ayamara sono i più chiusi tra i popoli inca, talmente chiusi da non vedere di buon occhio né i turisti che invadono le loro terre né gli stranieri che capitano da queste parti per lavoro.
Forse per questo, diceva, le loro tradizioni sono le più radicate e il loro mondo quello rimasto più autentico e vicino agli antichi valori.
Donne Aymara nella piazza centrale di Putre Naturalmente, dopo due giorni non ho nessuna opinione al riguardo. A Putre i ragazzini all’uscita da scuola chattavano sul cellulare e mangiavano merendine confezionate. Non sembravano, insomma, molto diversi dai ragazzini di qualunque altra parte del mondo quando escono da scuola. E’ vero, però, che le persone che abbiamo incontrato in questi pochi giorni da queste parti, anche a Socoroma, sono state gentili con noi, ma non esattamente “ospitali” nell’accezione più pura del termine. Una gentilezza composta che con fare garbato riusciva, comunque, a mantenerci a distanza.
Anche a Socoroma, dove pure siamo stati invitati a mangiare e assaggiare i piatti locali, mancava da parte dei locali la curiosità verso di noi, quella scintilla inevitabile che, alla fine, accorcia le distanze e rende simili i diversi.

A ogni modo, per esplorare il Nord, stare fuori dai circuiti troppo turistici e avvicinarsi in punta di piedi alla cultura ayamara, Putre è il luogo ideale.
Qui ci sono ristoranti, alberghi, agenzie, un parco giochi giochi abbastanza attrezzato per chi ha bambini, una graziosa piazzetta dove sostare e diverse alternative per accedere al Parque Nacional Lauca.

Noi abbiamo optato per il Lago Chungarà (in lingua aymara “muschio su pietra”), uno dei più alti al mondo, che splende a 4600 metri sul livello del mare (per dire: il lago Titicaca, molto più famoso e citato, si trova a “soli” 3860 metri sopra al mare), sormontato dalla mole imponente del vulcano Parinacota che lo osserva silente con le sue cime innevate e il suo profilo perfetto.
La strada che porta al lago (più o meno una cinquantina di chilometri da Putre) è la Route 11 che collega il Cile alla Bolivia e che serve da via di transito per le decine e decine di camion (non scherzo) che tutti i giorni la attraversano da una parte all’altra. Il confine boliviano dista dal lago poco più di 20 chilometri.
Lago Jungarà - Parque Nacional Lauca

Raccontare questa strada non è facile: chilometro dopo chilometro e metro dopo metro si aprono paesaggi che hanno a che fare con qualcosa di molto simile ai “paesaggi dell’anima”, per lo meno per me.
Per capire di cosa sto parlando, occorre immaginare il nulla, elevarlo alla massima potenza e poi infilarci dentro tutte le innumerevoli fantasie che uno spazio vuoto punteggiato da laghi, piccoli ruscelli, pietre coperte da muschio, montagne maestose, pianure infinite e camelidi improvvisi possono suscitare.
Qui, pascolano silenziosi lama e soprattutto vigogne, tanto che una zona del parco è addirittura dedicata a loro.
Parque Nacional Lauca - Vigogne al pascoloParque Nacional Lauca - Lama al pascolo

Viaggiando lungo la Route 11Il Parque Nacional Lauca è selvaggio sebbene sia attraversato da Est a Ovest da una delle strade più trafficate della zona e sebbene lungo il ciglio della strada (cosa che non succede, di solito, nei parchi americani o europei) si vedano lattine abbandonate e sacchetti svolazzanti.
I turisti sono pochissimi (oltre a noi, a camminare lungo il sentiero che costeggia il lago, non c’era nessuno). Non si paga un pedaggio. Non ci sono cartelli informativi che si susseguono l’un l’altro.
Semplicemente, arivati alla fine della strada, c’è un baracchino da cui sbuca un ragazzo che fornisce alcune spiegazioni in spagnolo e fa firmare una specie di foglio presenze a coloro che passano di lì.

ParinacoteTornando verso casa, abbiamo fatto una piccola deviazione per visitare l’Iglesia de Parinacota, una delle più antiche di questa zona risalente al XVII secolo.
La chiesa, purtroppo, era chiusa e non c’è stato verso di convincere la sola persona incontrata nel minuscolo villaggio di aprirla. La visita al piccolissimo pueblo, però, come anche a Socoroma, è stata esaltante.
Un aggregato di case tutte bianche, visibili dall’alto, sparse senza criterio in mezzo al nulla, collegate da piccole strade acciottolate e permeate da un’atmosfera sospesa che a me ha ricordato i film di Sergio Leone. O anche di Bud Spencer e Terence Hill.
Una parodia da film western.
In questo posto assurdo sospeso nel nulla, un tizio espone la sua mercanzia aymara. Un tripudio di pupazzetti, statuine di lama, coperte e maglioni di fattura peruviana, che osservo chiedendomi a chi potrebbe mai venderli visto che, oltre a noi, non c’era anima viva.
Parinacote si chiama :)

Parinaocte: Fare shopping a 400 metriRIstorante Cantine VerdiTornando a Putre, la sera, abbiamo cenato al Ristorante Canta Verdi, nel centro del paese, consigliatoci da Riccardo. L’ambiente è caldo e accogliente (dopo due giorni di freddo assurdo nel nostro albergo senza riscaldamento, trovare un camino accesso in un ambiente chiuso non ci sembrava vero), la cucina non male, anche se la carne, forse per usanza della zona, non è frollata e, quindi, si presenta dura e gommosa.

Oggi lasciamo Putre, la Cordigliera, la fatica dell’altitudine, le popolazioni e i villaggi ayamara. Siamo diretti ad Arica prima e Iqueque poi. Con l’obiettivo di arrivare a San Pedro nell’arco di due giorni.
Un altro viaggio. Un’altra storia. Questa appena vissuta, però, mi ha lasciato addosso un senso di esaltazione, possibilità e scoperte difficili da scordare.

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