194 – L’odore di Beijing

Pechino dalla Drums Tower - BeijingDicono che a Pechino il cielo sia grigio. Ma al nostro arrivo il suo colore è azzurro terso. Pulito e inaspettato.
Il nostro hotel – l’Hotel Kapok (recensione su Tripadvisor) – è decisamente centrale. Se ha un senso parlare di un centro in una città che conta quasi 22 milioni di abitanti.

E, infatti, il “centro” di Pechino è qualcosa che mi sfugge, privo com’è di gravità. Convivono qui la parte vecchia della città – quella in cui tutto è rimasto com’era, le case sono basse, i cavi elettrici ammassi di fili sospesi nel vuoto, i bagni in comune e il cibo si cucina e si vende per strada per pochi spiccioli – e le vie ultramoderne dello shopping cittadino, un mix perfetto tra la Quinta, Time Square e Ginza.

Intorno all’hotel si estende il distretto di Dongcheng. Qui si trovano le principali attrazioni turistiche della città:
La Città Proibita, con le mura imponenti e le porte rosse; la distesa infinita di Piazza Tian’anmen, con i brutti palazzi sovietici e il Mausoleo di Mao e la Porta della Pace Celeste con il ritratto di Mao a chiuderla da una parte e dall’altra; il verde degli alberi che coprono gli hutong e le antiche siheyuan, le basse case di corte che un tempo costituivano il modello abitativo cinese; le strade commerciali alla moda, con tutte le principali griffe del mondo; Ghost Street, con i suoi mille ristoranti pacchiani tutti accesi di rosso…
Porta della Pace Celeste, Piazza Tien'anmen - BeijingPalazzo della Suprema Armonia - Città Proibita, PechinoIntorno a Dongcheng – 882.000 abitanti, per intenderci – si estende Pechino. Quella che io non ho visto. Quella che, probabilmente, rappresenta la sua vera essenza quotidiana. Palazzi, uffici, scuole, edifici pubblici, ospedali, palestre, università. Persone che ogni giorno si svegliano, fanno colazione, pranzano, lavorano, studiano, dormono, guidano. Vivono. Muoiono.
La Pechino brutta. Dei quartieri dormitorio. Degli edifici squallidi che toccano il cielo senza essere grattacieli. La Pechino inquinata. Senza verde. Schiacciata dai clacson e dalle camminate veloci.
La Pechino del mio pregiudizio e che, invece, è rimasta lontana dal mio sguardo di turista.

La Pechino del “centro”, quella che ho visto io, è una città stupenda, verde brillante e azzurro, quando c’è il sole. Grigio bianco quando piove. Ma, comunque, affascinante anche nello squallore, nella povertà dei vicoli dove la gente vive vendendo immondizia a peso, utilizzando le toilette pubbliche per andare in bagno e trascorrendo per strada, in salotti improvvisati sotto alla luna, le ore calde delle sere estive.
Questa è la Pechino che ho visto io. E a questa Pechino farò sempre riferimento. La sola che io conosca. E che abbia riempito i miei occhi.
Gli Hutong di Beijing nella zona del Tempio del Lama - Beijing

Vita negli hutong intorno alla zona della Drums Tower - BeijingIl mio imprinting di Pechino ha natura olfattiva.
Come tante città del mondo, come la maggior parte delle città orientali che ho visitato, Pechino ha un odore e un profumo tutto suoi che la caratterizzano.
È un odore nauseante all’inizio. Che mi è rimasto appiccicato addosso fino al giorno della mia partenza. E che ora rappresenta per me il suo marchio di fabbrica. Il ricordo che mi porterò dentro.
Un misto di latrina, spazzatura (per inciso, Dongcheng è uno dei quartieri più puliti che abbia visto in vita mia. Non ci sono cartacce per terra, spazzatura in giro, immondizia per strada), cibo fritto, erbe aromatiche, spezie, ravioli al vapore, riso fritto, umanità…
Un odore molto simile a quello che si sente nei ristoranti cinesi italiani ma moltiplicato per mille e disperso nell’aria come deodorante per l’ambiente.

L’odore di Pechino è il profumo di una vita che si consuma per strada, ristoranti con le porte spalancate, bagni pubblici in ogni angolo, esseri umani in ogni dove. È l’odore di una città in cui vivono 22 milioni di persone che i larghi spazi, le piazze infinite, i monumenti giganteschi, le strade a sei corsie e i parchi, non riescono a disperdere.
Non c’è odore di smog a Pechino. Probabilmente le particelle inquinanti si confondono in mezzo alle altre e perdono consistenza. Oppure sono il retrogusto dolciastro dell’odore della città.
Sta di fatto che contrariamente di quello che si potrebbe pensare, Pechino non sembra una città particolarmente inquinata come dicono e come io mi aspettavo di trovare. Non più di Milano, per dire. O di Roma.

L’odore di Pechino è l’odore di una città che andrebbe gustata un poco per volta. Non in un full immersion di 4 giorni come ho fatto io. Camminando per piccoli tratti nei suoi quartieri più e meno noti, perdendosi nei vicoli più o meno di tendenza, sdraiandosi nei parchi che sembrano oasi in mezzo alla confusione circostante. Una città che io ho colto nei suoi simboli più noti (la Città Proibita, i templi, il Tempio del Cielo, Tian’anmen, la Torre dei Tamburi e quella delle Campane, gli hutong…), ma che è sicuramente molto di più di questo.
Un di più che a me è sfuggito completamente. Scivolato via come sabbia dalle mani quando si entra in acqua.

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