189 – Ritorno a Pigalle

Moulin Rouge - ParigiEra una mattina gelida di inverno quando visitai Pigalle per la prima volta. Non ricordo l’anno. Poteva essere dicembre 1997 o 1998.
Faceva freddo a Parigi e il cielo era bianco, ovattato.
Erano gli anni in cui studiavo storia dell’arte all’Università, leggevo Sartre e Simone de Beauuvoir, mi ispiravo a Baudelaire e Rimbaud ed ero follemente innamorata dei pittori maledetti che vivevano a Montmartre nell’Ottocento.
Parigi in quegli anni era per me il completamento di un percorso formativo. La realizzazione di un sogno. New York e tutto quello che New York è diventata poi era lontanissimo allora. Parigi era il mito assoluto.
Io ero giovane, ingenua, piena di sogni e ideali, infreddolita, esaltata.
Pigalle non era niente di che se non il percorso conclusivo della visita a Montmartre, la turistica e “finta” Montmartre, che pure a me aveva riempito il cuore di immagini, storie, rappresentazioni. Per la visita di Pigalle un paio di ore sarebbero state sufficienti.
Qualche foto al Moulin Rouge, un’esplorazione veloce del quartiere, le foto alla fermata della metro in Place Pigalle e via.
Pigalle - Parigi

La seconda volta che mi sono ritrovata a passare di fronte al Moulin Rouge era la notte di capodanno. Anche in questo caso non ricordo l’anno, probabilmente il 1998. Ricordo, però, che non faceva eccessivamente freddo e io avevo una gonna cortissima e un paio di scarpe con i tacchi. Non tacchi veri. Una specie di tacchetto sufficiente, però, a mettere in crisi una abituata a portare solo Dc Martens e All Star.
La metropolitana era bloccata e così eravamo venuti a piedi da Place de la Concorde a Pigalle per cercare non so che centro sociale, un posto assurdo dentro a un vecchio ospedale abbandonato di cui ci avevano parlato due punkabbestia (si chiamavano così all’epoca) conosciuti la mattina precedente nel Quartiere Latino.
Per me quello era l’anno dei Sotteranei di Parigi e avevo passato l’intero soggiorno a cercare tracce intorno ai tombini che mi rivelassero la presenza di una via di accesso per il mondo sepolto. Erano gli anni del mistero, di ciò che non si vede, dei percorsi non turistici. A quel punto a Parigi ero stata già diverse volte e avevo voglia di conoscerne un volto nuovo, sconosciuto.

Moulin Rouge - ParigiMai avrei creduto di entrarci al Moulin Rouge. Ero troppo snob nei miei anni parigini. Odiavo le passioni della gente comune e il mainstream mi faceva orrore. Mi sentivo aperta e progressista. In realtà, vivevo in un microcosmo fatto di cliché e il cliché era: boicotta ciò che è turistico, fuggi da ciò che piace alle masse, stai lontana dal banale.
Così, sebbene a Parigi tornassi quasi tutti gli anni, al Moulin Rouge non ero mai andata.

L’ho fatto ieri. In questi giorni speciali della mia nuova vita. Per l’occasione del tutto inaspettata di tornare a Parigi per conto de ilTurista.info, un portale con il quale sto collaborando.
Non avevo aspettative alcune. Di fatto, ero lì per lavoro. L’obiettivo era lavorare, scattare più foto possibile, postarle, raccontare il viaggio.
Non avevo aspettative rispetto al locale. Non rispetto alla cena. Non per lo spettacolo.
Non mi sono nemmeno preoccupata di informarmi in merito a ciò che avremmo visto. Tanto non avrei avuto possibilità di scelta. Quindi tutto sarebbe andato bene.
Moulin Rouge, FoyerMoulin Rouge, dettagli foyerIn realtà, varcare le porte del Moulin Rouge è stato emozionante. Mi sono ricordata di Toulouse Lautrec, dei café-chantant dei primi del Novecento, del film di Baz Luhrmann che avevo amato oltremodo.
Mi sono ricordata del perché sono affascinata da ciò che è kitsch e di quanto siano spettacolari certi numeri di danza.
Ho riso, applaudito, bevuto champagne e vino rosso. Ho mangiato bene.

Al Moulin Rouge la cena inizia alle sette. I tavoli sono tantissimi e si mangia tutti stretti stretti in una specie di enorme parterre. Dietro ai tavoli gli spalti per il pubblico, disposti a gradoni su una specie di anfiteatro.
Il rosso è il letimotiv dell’arredamento naturalmente e conferisce un’atmosfera particolare all’ambiente.
Il menu presenta diversi piatti di carne o pesce e la qualità è molto buona per essere, comunque, un posto turistico.
Abbiamo pasteggiato a champagne e vino rosso.
Moulin Rouge, sala Moulin Rouge, dettagli tavola

Moulin Rouge, dettagli scenografiaIl primo spettacolo inizia alle 9 e dura circa due ore, senza sosta. Il secondo alle 11. Si può scegliere la formula cena più spettacolo o solo spettacolo.
Quello del giovedì pare essere il più inflazionato con una media di 500 spettatori per turno. Tantissimi se ci si pensa.
All’interno della sala non è possibile fotografare e assolutamente vietatissimo fotografare lo show. Che, quindi, non è documentabile.
Lo staff è formato da circa 1000 persone, tra ballerini, costumisti, tecnici, truccatori…
Il palco è piuttosto largo e durante lo show, a un certo, si solleva per accogliere una sorta di piscina dentro alla quale nuotano enormi serpenti.
I costumi sono meravigliosi e sebbene le ballerine siano seminude, non si ha la sensazione di assistere a qualcosa di volgare o troppo spinto.
I numeri si susseguono l’uno all’altro senza interruzioni e alternano momenti di canto e ballo, cabaret, numeri comici…

Il numero conclusivo è il can-can. Assistere alla sua esecuzione là dove è nato è esaltante ed estremamente coinvolgente, anche se il pezzo più emozionante è quello sui pattini a rotelle.

Non ho idea dei costi che immagino piuttosto alti.
Io ho visitato Parigi tantissime volte. Al Moulin Rouge non ero mai stata.
E’ sicuramente un posto turistico. E dubito che i parigini vengano qui spesso.
La cena, però, è buona, l’atmosfera generale accogliente, lo spettacolo ben allestito, i costumi fantastici e il corpo di ballo formato da ballerini giovani, belli e bravissimi.
Assistere a uno show qui è un po’ come ascoltare un concerto al Blue Note a New York: ne vale la pena. Mettendo da parte lo snobismo tardo-adolescenziale.

Moulin Rouge
82 Boulevard de Clichy, Paris
www.moulinrouge.fr

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