141 – Pausa pranzo al Mercato

Esco. Ho bisogno di andare. La città è cambiata. E sono cambiata io. Tanto. Molto più del previsto. Di quanto io potessi prevedere solo qualche mese fa.
Mi aggiro in luoghi che mai avevo visto prima. Come una straniera. In visita solitaria. Nella mia città.
E’ un maggio di nuvole enormi. Mattini freddi. Pomeriggi afosi.
Un maggio di scoperte continue. Fuori e dentro di me.
Di cose da fare. Tante. Troppe. Di tempi che stringono. Di persone che scivolano via.
E’ il maggio dell’Expo che ha aperto i battenti in un giorno di pioggia scrosciante, in un primo maggio di lotte, lotte vere, indignate, furiose, insensate. Milano devastata da una furia nera vandalica. Che non protestava. Come avrebbe dovuto fare. Non contestava, come avrebbe avuto senso fare. Distruggeva. E distruggendo, annullava il senso della protesta. Per chi nella protesta crede (ancora).
Io no. Io non ci credo più. Non in questa protesta nello specifico. Nella protesta collettiva in generale. Cinica. Sono diventata cinica.
Io credo nel potere del singolo di cambiare. E nemmeno di cambiare il mondo. Di cambiare, in meglio, se stesso. E il proprio minuscolo microcosmo.
In questo io credo. Se non credessi in questo, che posso con la forza della volontà, diventare migliore di quello che sono, in un momento come questo, sarei morta.

A ogni modo così è iniziata l’Esposizione Universale 2015. A Milano. Con la comunità politica riunita nella zona Fiera di Rho per la cerimonia di inaugurazione, gli #Expottimisti in festa per i sei mesi in arrivo, i #NoExpo in marcia contro tutto il marcio che si nasconde dietro questo grande Luna Park e i Black Bloc a piede libero a devastare la città.

E io. Che comprendo le ragioni di chi dice no. Le comprendo, ma non le condivido. Non perché non siano vere. Ma perché questa è per tutti un’occasione. Un’occasione che va colta. Anche quando non ci viene offerta su un piatto d’argento. Perché Milano sembra un posto nuovo. Una città che non conoscevo. Perché respirare il fermento che c’è nell’aria è salutare. Come una spinta a fare. A muoversi.
Dopodiché, il movimento non può essere per tutti verso la stessa direzione.
Io mi muovo dentro ai meandri della scoperta. Con il motore della curiosità. E della meraviglia.
L’Expo. E il Fuori Expo. Come cornice a tutto quello che sta cambiando e cambierà nella mia vita nei prossimi mesi.
Non so perché. Ma intuisco un disegno. E’ un labirinto. Ma se giro sempre nella stessa direzione, prima o poi la trovo l’uscita.

Mercato_Metropolitano08Il Mercato Metropolitano è stato realizzato là dove, ai tempi della mia tarda adolescenza, era stata ricollocata la Fiera di Senigallia sfrattata dalla Darsena (ecco. La Darsena. Un altro posto che non c’era. E ora c’è. E non importa se ci sono voluti vent’anni. Ora è lì. E ne valeva la pena. Eccome se ne valeva la pena). Si tratta di un vero e proprio mercato. O meglio. Non proprio un mercato come quelli rionali con le bancarelle e i fruttivendoli che gridano i prezzi della loro merce alle signore incarrellate. Non così. Ma comunque un mercato. Un Farmer’s Market.
A Los Angeles avevo scelto di dormire in un albergo che si trovava nei pressi di un Farmer’s Market. E mi era piaciuta piaciuta tantissimo l’idea di fare colazione o cenare seduta a uno dei tavolacci in legno collocati nei pressi dei banchi alimentari, consumando i cibi freschi acquistati in loco. Ricordo grandi piatti di fragole e frutta fresca tagliata. Spremute. Micro piattini di pesce fresco. E l’atmosfera e intima e rilassata del posto.
Ricordo perfettamente di aver pensato che era un posto meraviglioso. E che sarebbe stato bello se ce ne fosse stato uno simile a Milano.
Nei viaggi successivi ho scoperto che quella dei Farmer’s Market era una realtà diffusa un po’ ovunque. Ce n’è uno stupendo a Boston. A Singapore se ne contano decine. Naturalmente c’è a New York (anche se ai tempi non mi avevano colpito più di tanto). Ne ho visti a Hong Kong, solo meno infiocchettati. Poi ci sono i chioschi di sushi e pesce fresco intorno al Mercato ittico Tsukiji di Tokyo.
Insomma. Ovunque io sia stata, dopo quell’esperienza californiana, ne ho incontrati. E ovunque mi sono fermata a mangiare.

A Milano non c’era. E adesso c’è.
Lo hanno inaugurato il 6 maggio, con un grande festa. Musica, assaggi vari, pane fresco e lievito madre.
Io ci sono stata il giorno prima. Durante una pausa pranzo solitaria. Calda. Silenziosa.
Non c’era molta gente. I banchi alimentari non sono esattamente bancarelle. Ma veri e propri banconi che espongono la loro merce.
Si estende per lo più al coperto. In una specie di semicerchio che, non so perché, a me ricorda una scuderia (o l’idea che ho io di come debba essere una scuderia).
Ci sono numerosi tavoli. Alcuni collocati dentro. La maggior parte fuori.

L’idea è quella di far conoscere i prodotti di piccoli produttori locali.
Ho acquistato pane fresco fatto con farina integrale e lievito madre. Assaggiato bicchierini di gazpacho fresco e burrata. Mangiato paccheri ripieni di stracciatella e torta al cioccolato vegana. Ho bevuto un bicchiere di vino bianco. E acquistato uova biologiche.

Ho scattato delle foto. Ho staccato il cervello e mi sono goduta quell’ora che avevo deciso di regalarmi.
Lontano dalla confusione. Lontano dalle chiacchiere. E soprattutto lontano da ogni pensiero.

Ho la sensazione che questa non sia la vera natura del posto. Lo immagino gremito a orario aperitivo o nelle ore di cena. File per prendere da bere e da mangiare. Sottofondo chiacchierato. Corse all’ultimo tavolo, all’ultimo posto.
Lo immagino trasformarsi in un nuovo punto di incontro. Che è meraviglioso.
Ma io volevo solo allontanarmi.
Ed è stata la meta ideale da cui partire. La mia scoperta del Fuori Expo inizia da qui.
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Mercato Metropolitano
Via Valenza 2 (MM2 Porta Genova)
Aperto dal lunedì al giovedì dalle 11.00 alle 24.00, venerdì dalle 11.00 alle 2.00; sabato dalle 9.00 alle 2.00; domenica dalle 11.00 alle 24.00.

2 thoughts on “141 – Pausa pranzo al Mercato

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