122 – Il conto senza l’oste

C’è che volevo andare al mare. Sdraiarmi al sole, bagnando i piedi nell’acqua ghiacciata. Respirare il profumo del glicine e delle brioche calde della mattina. L’odore del basilico e della frittura di pesce nei vicoli stretti.
C’è che andava bene anche se fosse stato coperto. Andare a Porto Venere per passeggiare tra le torri affacciate sul mare, fino alla chiesa in cima alla scogliera. E sedersi a guardare la gente passare in uno qualunque dei bar del porto. A bere vino bianco, ingurgitando farinata e focaccia ai pomodorini freschi e formaggio.
Giornate d’ozio che sanno di iodio. Di un’estate ancora lontana. Di terre strette inerpicate sulla roccia. Non ancora prese d’assalto. Lasciate vivere. Nei primi giorni della primavera.

C’è che volevo andare al mare ma piove da giorni. Diluvia da ore. Sotto a un cielo plumbeo che sa di tristezza. Così, in questa giornata semi-festiva, in una Milano che sembra la vigilia di ferragosto, ripiego per una specie di viaggio nel tempo, alla scoperta di vecchi sapori, di una Milano vicina e lontana, fuori dal centro, dai locali alla moda e dai ristoranti più o meno di lusso, sconosciuta a tutti i turisti giapponesi che scendono dai pullman di piazza Castello.
Sotto alla pioggia battente della una, andiamo a mangiare alla Trattoria Al Laghett, a pochissimi chilometri dall’Abbazia di Chiaravalle, a ridosso di quel Parco Agricolo Sud che sembra distante anni luce dai palazzi terribili e dalla metanopoli di San Donato, della squallida periferia milanese, dalle tangenziali e autostrade che portano verso la “metropoli”.

Al Laghett ci si arriva lasciandosi indietro la periferia di Milano Sud, quei quartieri nati intorno ai grandi poli industriali. Palazzi costruiti a ridosso di tangenziali e autostrade. Cemento triste su cemento triste.
A un tratto, però, quasi all’improvviso, il cemento finisce e inizia la campagna. Non so perché mi viene di chiamarla brughiera. Sa più di favola e secondo me si addice di più a questo territorio fatto di campi contornati da siepi un po’ incolte e alberi lungo il ciglio della strada. Strade secondarie, naturalmente. Lungo le quali crescono arbusti, fiori rossi (i fiori rossi lungo il ciglio della strada dell’adolescenza lontana), erbacce. Ogni tanto una cascina. Spesso abbandonata. Mura in pietra. Una pietra rossa. L’aia, il cortile, le stalle abbandonate adiacenti al corpo centrale.
E’ strano raccontarla così. Perché piazza Duomo è a pochi chilometri da qui. E anche l’orribile periferia meridionale.

Poco prima di arrivare all’Abbazia di Chiaravalle, una piccola rientranza lungo la strada e un cartello: Trattoria Al Laghett. Siamo arrivati.
L’osteria risale alla fine dell’800 e appartiene alla stessa famiglia da 5 generazioni. Così si legge sul sito.
L’ambiente è familiare. I tavoli all’esterno, sotto a un pergolato di glicine, sono completamente allagati. Ma sanno di estate, cene all’aperto, zanzare e calde notti milanesi di luglio.
Immagino matrimoni d’altri tempi. Foto in bianco e nero che danzano al suono di una fisarmonica impazzita e di una sposa decisamente brilla.

L’interno ha qualcosa delle vecchie trattorie. Vecchie, non antiche. E per questo più autentiche.
I pannelli in legno alle pareti, come nei ristoranti degli anni Settanta. I muri gialli. Alternati agli originali mattoni rossi a vista. La credenza in legno massiccio con le torte rigorosamente preparate in casa. Qualche foto appesa ai muri. Tutto molto semplice. E molto vero.

La cucina è quella tipica lombarda. E ne avevo voglia da morire.
Voglia di sapori forti. Che non mi appartengono per niente. Ma che fanno parte della mia storia geografica.
Ordiniamo un antipasto di polpette (le ciliegie milanesi, le chiamano). Deliziose.
Io prendo risotto all’ortica (al salto, mi ripete due volte il simpatico cameriere. Sì. Perfetto, gli rispondo certa che è esattamente quello che voglio), arrosto di codino al forno con patate arrosto e crostata di pere. Gae ordina tortelli di magro al burro e parmigiano (naturalmente, fatti in casa), bolliti (C’è tutto, mi dice, persino la testina di vitello che non trovi quasi mai. Bleah!, penso), salsa verde e vino rosso della casa (Ma ti sei preso un vino mosso? , mi risponde. Qui ci sta).
Tutto è buonissimo. Nessun sapore sa di cucina moderna.
Tutto sa di cucina di casa. Ma di case che non ci sono più. Che il burro fa male e con i condimenti non bisogna abbondare. Il risotto è divino. E anche la torta. Pulisco i piatti. Fino all’ultimo chicco e briciola.
Usciamo satolli. Ridiamo.

E io mi godo il paesaggio agreste deserto e bagnato. Mentre lui guida su strade che finiscono spesso in vie senza uscita non segnalate. In mezzo al nulla punteggiato da piccoli finti borghi. Pensando che potremmo essere ovunque. Ma non a pochi chilometri da piazza Duomo.

TRATTORIA AL LAGHETT
Via Sant’Arialdo 126 – Milano
Tel. 02-5691717
www.allaghett.it
Chiuso martedì sera e tutto mercoledì.

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