115 – Così io penso che se il mondo è una grande macchina, io…

Io amo andare al cinema. I miei primi ricordi di esperienze non domestiche o scolastiche, sono legate al cinema. Le domeniche mattina al Cinema Arti con papà a vedere cortometraggi firmati Disney e ad aspettare di salutare Pluto e Paperino.
Le prime lacrime cinematografiche versate per ET un sabato sera nell’inverno dei miei 7 anni. Lo stupore di fronte alla Storia Infinita in una domenica pomeriggio di sole. La rabbia dopo aver visto Red e Toby.

Il cinema è magia pura. Conserva il fascino del mondo sospeso. Buio. Lontano da tutti e da tutto. Accartocciarsi sulla poltroncina da sola. Aspettando l’inizio dei titoli di testa. Prima di trovarsi proiettati in una fantasmagoria di tutto.
Il cinema, per me, il cinema che amo, deve raccontare storie. Il cinema che si parla addosso non mi piace. Certi capisaldi considerati capolavori li trovo immensamente noiosi. Odiosamente brutti.
Il cinema deve essere poesia elevata alla massima potenza. Capace di trascinarmi e rapirmi. Portandomi via dal presente. Per due ore non deve esistere nient’altro. Non un fremito. Non un battito d’ala. Non un pensiero.
Per questo amo andare al cinema da sola. Nei pomeriggi feriali. Quando le sale sono vuote. E io sono padrona di quel non spazio e di quel non tempo.

Ieri sera sono andata a vedere Hugo Cabret di Martin Scorsese. Il film tratto dalla graphic novel La straordinaria invenzione di Hugo Cabret di Brian Selznick che racconta, attraverso gli occhi di un orfanello con il grande talento per aggiustare le cose, la storia del cineasta Georges Méliès, considerato uno dei padri fondatori del cinema moderno, dimenticato dopo la Prima Guerra Mondiale e rivalutato, poi, per l’importanza delle sue pellicole e il modo di rappresentare il reale e di utilizzare la cinepresa.
Io ci sono andata da sola. Uscendo nel gelido freddo della sera di febbraio. Cappello viola e mani in tasca. Senza nemmeno portarmi la borsa. Che tanto stavo andando al cinema e non a una sfilata di moda.
Ho infilato gli occhialini, che il film veniva proiettato in 3D, e per 125 minuti è stata magia pura.

Martin Scorsese parte da un artificio narrativo per portare sullo schermo una delle più profonde dichiarazioni d’amore al cinema che il grande schermo ricordi.
Hugo Cabret, un orfanello che vive tra le mura della stazione ferroviaria di Montparnasse nella Parigi degli Anni Trenta, tra pesanti strutture in acciaio e giganteschi meccanismi di orologi, ha ricevuto in eredità dal padre, morto in un incendio, un automa rotto che il ragazzino è deciso a far funzionare e che riporterà in vita, una volta riparato, vecchie storie sepolte dal tempo e dalle macerie della guerra. Un passato glorioso fatto di sogni in formato celluloide.
In un mondo di poesia, che Scorsese registra con leggerezza e sul quale indugia parecchio (a volte troppo), dove anche i cattivi hanno un cuore e i giocattoli si possono aggiustare, Hugo si muove agile, nel caos ordinato e metodico della stazione, tra personaggi bizzarri e ordinari, scarpe alte e basse, gambe d’acciaio, abiti lunghi e crinoline, ombrellini e poveri cenci, valigie e borse, violini e violoncelli, fiori freschi e giornali…, sbarcando il lunario con piccoli furti e furberie innocue, fino a imbattersi nello strano giocattolaio a cui, come in un meccanismo perfetto in cui ciascuno ha uno scopo, salverà la vita per il beneficio di tutti.
Il tutto, mentre gli orologi continuano a ticchettare l’ora e la vita a proseguire nel suo tran tran quotidiano.


Il 3D, spesso un pretesto per aumentare i prezzi del biglietto al botteghino, è in questo caso funzionale alla storia. Bastano pochi istanti e sono dentro agli ingranaggi, osservo Parigi (ricreata attraverso la computer grafica) dall’alto, scivolo nelle sue strade morbide di neve, corro su e giù con Hugo sfiorando orologi e lancette, rotelle e meccanismi misteriosi. La fotografia è luminosa, satura di colore, fiabesca. E il cinema, il cinema diventa ben presto prepotentemente protagonista.
Hugo, Isabelle (la piccola amica che lo aiuta a risolvere il mistero dell’automa), la guardia, la fioraia, il giornalaio, il giocattolaio stesso e sua moglie, perdono consistenza.
Il film, che è una fiaba, diventa un’altra cosa. Diventa una dichiarazione d’amore. Una lezione sulla storia del cinema. Un tributo ai grandi maestri del passato. A quelli che credettero nel potere e nel valore della settima arte e la fecero vivere.
Il 3D qui serve per fare un tuffo indietro nel tempo. E sperimentare sulla propria pelle l’emozione provata dai primi spettatori di fronte a quel treno nero sbuffante di bianco che i fratelli Lumiere ripresero nell’atto di entrare nella stazione ferroviaria di La Ciotat e che è considerata universalmente la prima di milioni e milioni di pellicole a venire.
In quel primo film, che poi è solo una scena, e in questo, che è invece un insieme roboante di tutto, c’è il senso del cinema. Che è stupore, magia, paura, sbalordimento, immedesimazione, sogno, realtà, poesia, musica, fotografia, gioia, dolore, lacrime, risate… Il senso della vita in un’immagine in movimento e ora in movimento in profondità.

Hugo, guardando dall’alto con Isabelle una meravigliosa Parigi attraverso gli spicchi del grande orologio, dice a un certo punto:
Mi piace immaginare che il mondo sia un unico grande meccanismo. Sai, le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Così io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo. E anche tu!
E probabilmente è questo il senso. Probabilmente, è questo il messaggio del regista, pezzo necessario di quella grande macchina che è il cinema.

E questo è il messaggio per me. Che mi ha fatto sobbalzare sulla poltroncina e tremare. Io, parte di un ingranaggio perfetto. E sicuramente con un compito da svolgere e un ruolo. Anche se al momento, nell’insieme delle cose o nella visione eccessivamente dettagliata, quel ruolo e quel senso mi scivolano tra le mani.

HUGO CABRET
Di Martin Scorsese
Con Asa Butterfield, Chloe Moretz, Ben Kingsley, Jude Law, Helen McCrory, Johnny Depp, Michael Stuhlbarg

4 thoughts on “115 – Così io penso che se il mondo è una grande macchina, io…

    • Ehi ciao. Sì sì. Ero stata a novembre al museo della Mole. Avevo anche scritto un post in merito (ero stata anche a Venaria e alla Mostra Fare gli italiani all’Officina Grandi Opere). Mi era piaciuto un casino. E consiglio, se ti capita di andarci, anche il museo del cinema di Berlino. Spettacolare. La prima sale vale tutta la visita. Giuro. Poi fammi sapere se ti è piaciuto Hugo.

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