114 – Ceci n’est pas une pipe (e cos’è, allora?)


Se c’è una cosa che Magritte, René Magritte, riesce a fare con le sue tele è catturarmi.
Se c’è una cosa che gli viene davvero bene è spiazzarmi.
Se c’è una cosa in cui è maestro è interrogarmi.
Perché quando dipinge una pipa e per quel processo di pittura surrealista mi avverte: ehi, ceci n’est pas une pipe!, automaticamente, con un sorriso ironico sulla faccia, penso: e cos’è allora?.

Perché nel Mistero dell’Universo (e Magritte è tra i surrealisti quello che, secondo me, meglio cerca di raccontarlo. Per lo meno ci prova. Un po’ come, a mio parere, ci provava quell’altro genio assoluto che era De Chirico, con le sue sospensioni temporali, i suoi volti senza occhi, la sua luce tagliante di un mezzogiorno solitario in una città deserta), dicevo, nel Mistero dell’Universo, io ci credo. Eccome se ci credo. E’ un bisogno per me. E’ fisiologico. Crederci. Ora più che mai.
Ma percepire il mistero (e pure l’universo) dietro alla pipa, beh ecco, questa è tutta un’altra faccenda.
E io devo ancora lavorarci, e tanto, prima di cogliere appieno il senso di una pipa che si intitola Ceci n’est pas une pipe!

Al Magritte Museum Brussel io volevo andarci da tempo. Già da quella prima speranzosa visita di novembre, quando sembrava ancora che tutto fosse possibile.
Poi, per motivi vari, non siamo mai riusciti a farlo e così, questa volta, l’ultima, quasi drammatica, nonostante tutto, ho deciso che non potevo perdermelo. Oltretutto, chissà quando ci tornerò più a Bruxelles, se mai dovessi tornarci.

Il Magritte Museum Brussel, nel centro della città a pochi passi a piedi dalla fermata della metro Gare Central, inaugurato nel giugno 2009 per accogliere la più grande collezione al mondo delle opere del pittore belga (anche se, effettivamente, alcune delle tele più note e che mi aspettavo di vedere non ci sono o non sono esposte), è collocato all’interno del Royal Museums of Fine Arts of Belgium e ripercorre l’opera di Magritte dai primissimi anni, quando ancora si guadagnava da vivere come grafico pubblicitario, sino alle ultime realizzazioni prima della morte, avvenuta per un tumore al pancreas nel 1966.
In un percorso che dal terzo piano scende fino allo store, collocato al piano zero, l’intera produzione di Magritte è raccontata cercando di mostrare il momento e il modo in cui il surrealismo ha fatto irruzione nella sua arte, trasformandola e caratterizzandola per sempre in quello che, poi, è effettivamente diventata.
Spiegazioni e descrizioni, fatta eccezioni per i pannelli relativi alla sua biografia, sono lasciati direttamente alle parole del pittore, trascritte sui muri quasi si trattasse di note a margine per ogni quadro esposto. Non proprio interpretazioni iconografiche, ma suggerimenti, idee di lettura:
In una tela, le parole, hanno la stessa sostanza delle immagini…
o ancora….
… Un oggetto non svolge mai lo stesso ruolo del suo nome o della sua immagine…
e anche…
…Un’immagine può prendere il posto di una parola all’interno di una preposizione…
E, poi, pensieri che raccontano nei dettagli la sua poetica, il suo sentire quotidiano:
… Io detesto il mio passato e quello altrui. Odio la rassegnazione, la pazienza, l’eroismo professionale e tutti quei sentimenti che sembrano essere obbligatori….
Io amo l’umorismo sovversivo, le lentiggini, le ginocchia, i lunghi capelli delle donne, il sogno di libertà dei bambini, una fanciulla che corre lungo la strada…
(meravigliosa, quest’ultima considerazione, violentemente carnale eppure di una tenerezza infinita. Leggera.)

Il mondo di Magritte è un mondo onesto. E’ come se lui continuasse ad avvisarci del fatto che, comunque vada, la tela è una rappresentazione che non ha nulla a che vedere con la realtà così come la conosciamo (il Ceci n’est pas une pipe), ma che grazie al suo essere qualcosa di diverso, svela un mistero, il Mistero dell’Universo.
Quello che nessuno riesce a cogliere assuefatto dalla realtà stessa delle cose. Che, invece, nascondono mondi. Mondi sommersi. E basterebbe crederci, anche solo un pochino, per poterli vedere.

Delle tele presenti, le mie preferite sono senz’altro le due della serie L’impero della luce: una casa bianca in un paesaggio notturno, luci accese alle finestre, un lampione a illuminare la notte e far scintillare l’acqua del fiume (o laghetto o ruscello, non è chiaro) che lambisce l’abitazione, un albero, dalle foglie scure. E’ tutto perfettamente immobile. Non ci sono essere umani. C’è solo la notte. In quel momento in cui ci si consola al caldo, lasciando che fuori succeda quello che deve succedere.
E’ tutto quello che deve essere. Un sentirsi protetti e al sicuro.
Salvo che…. salvo che il cielo sopra la casa è di un azzurro intenso, le nuvole sono bianche e sembrano panna, quelle nuvole che Magritte amava così tanto e dipingeva in continuazione.
Salvo che, forse, non è davvero notte. C’è qualcosa che non va. C’è la luce del giorno, che non interferisce con quella della notte. Anche se sta lì. E rende tutto terribilmente inquietante.
E, surreale. Appunto.
Come un senso di estraniazione. Non essere lì. Non essere in un luogo fisico. Ritrovarsi da qualche altra parte. Da sola. Sospesa. A guardare quell’assurdità pensando che non sembra nemmeno troppo assurda. E che in fondo, bastava pensarci prima, a una simile trovata.
Una casa nella notte, con le luci accese e il lampione a far scintillare l’acqua antistante, mentre in cielo le nuvole corrono veloci verso la luce del giorno.

Ceci n’est pas une pipe. Ma molto, molto, molto di più!

MUSEE MAGRITTE MUSEUM
1, Place Royale
1000 Bruxelles
Tel. 32 (0)2 508 32 11
Dal martedì alla domenica 10.00 – 17.00
Mercoledì 10.00 – 20.00

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