106 – La pittura è rock. O forse pop.

Adoro i musei la domenica pomeriggio. Adoro i musei quando sono semivuoti, fuori è buio ed è quasi inverno.
Adoro le domeniche di quasi Natale. Le mattine passate a sfornare biscotti. Il profumo di cannella e le fiammelle traballanti dietro ai vetri.
Adoro camminare da sola nelle strade grigie del crepuscolo, quando non c’è più troppa luce. E non è ancora troppo buio.
Adoro queste giornate di quasi festa. Piene di cose e di possibilità.
Frenetiche e troppo brevi.
Se solo fossero vere. Se solo non fossero il frutto della mia determinazione. Della mia volontà di non far finire la magia.

Ero sull’aereo che mi portava a Boston quando lessi della mostra Da Bacon ai Beatles. Nuove Immagini in Europa negli anni del rock al Museo della Permanente di Milano, strappai l’articolo e lo inserì nell’elenco delle cose da fare.
E oggi ci sono andata.
In una domenica di quasi Natale. Camminando nel crepuscolo grigio della città. Senza troppa luce. Senza troppo buio.
Ed è stato un pomeriggio bellissimo.

Alla mostra ci arrivo con un pregiudizio: che Bacon a parte, il resto delle tele arrivi da Oltreoceano, dagli Stati Uniti, da New York.
La pittura europea degli Anni Sessanta la conosco poco. Anzi, non la conosco affatto.
La storia dell’arte di quegli anni per me ha un solo nome: Andy Warhol. E una sola corrente: la pop art.
Tutto il resto non esiste. Tutto il resto è noia.

Ma mi sbaglio. E di grosso.
La mostra parte da Bacon (e da Giacometti, Dubuffet, il Gruppo Cobra…) e racconta un decennio di arte europea (e, a sorpresa, italiana) intrecciando storia del rock, sperimentazioni pittoriche, critica sociale, pop, afflati intimisti.
Il tutto sulle note (vere. All’ingresso, compresi nei 6€ di costo del biglietto, vengono consegnate anche un paio di cuffie per seguire il percorso di visita e i brani associati ai diversi dipinti) di Jimmy Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Joan Baez, i Beatles, i Rolling Stones, i Pink Floyd

Il viaggio è interessante e inaspettato:
nella prima sala sono presentati i pittori che presero parte alla mostra Images of Man organizzata al Moma di New York nel 1959 e che gettarono le basi per tutto quello che venne dopo.
Gente come Bacon, con i suoi corpi squarciati, i suoi volti maciullati, il suo grido doloroso contro i cliché, il potere dominante, l’ipocrisia borghese; Dubuffuet, con le sue figure abbozzate, accennate, terrose; Giacometti, tutto allungamenti, ombre, linearsmi…

La seconda sala è un tributo all’arte europea degli Anni Sessanta con particolare riguardo al contesto italiano per me del tutto sconosciuto: Alik Cavaliere (Susi e l’albero raccontata sulle note di Riders on the storm dei Doors), Valerio Adami (Privacy. Gli omosessuali), Giuseppe Guerreschi (Joan Baez), Enrico Baj (Parata a sei).

Il percorso è diviso per colori: il grigio chiaro rappresenta il linguaggio pop, le sperimentazioni più ardite, la pittura lisergica (in questo contesto si situa l’opera Figur di Horst Antes cui si ispireranno nel 1994 i Pink Floyd per la copertina del loro ultimo album The division bell); il rosso la pittura impegnata, apertamente schierata contro il potere dominante, la violenza, le guerre (erano gli anni della guerra in Vietnam e delle contestazioni a tutto campo. Gli anni dei sogni. Dei giovani contro i vecchi. Delle generazioni a confronto); il grigio scuro sono i quadri intimisti, concentrati su se stessi.

Tra le opere più belle qui, oltre a Parata a sei, Old Glory di William Utermohlen. Un quadro sicuramente pop che svela, però, un messaggio di aspra critica sociale, con frammenti di mani, volti, corpi squarciati a “imbrattare le stelle e le strisce” e che, in qualche modo, rimandano alle distorsioni operate da Jimmy Hendrix sull’inno americano durante il concerto a Woodstock.

La terza sala è un viaggio nella Swingeing London dei Beatles. Dell’antagonismo, vero o presunto, tra gli Scarafaggi e le Pietre Rotolanti. Dei party e delle droghe. Dei vestitini corti e dei negozi dell’usato di Camden Town. Delle discoteche e dei pub affollati.
La terza sala è un tuffo nella storia del pop made in England. E lo è nonostante i Rotella (che adoro) e la tela rossa di Mario Schifani (che non conoscevo) e nonostante i quadri che la raccontino siano solo tre o quattro.
In particolare Peter Blake (padre, insieme a Hamilton, del pop inglese a cui, poi, si ispirerà Warhol esportandolo in tutto il mondo) con la sua copertina dell’album Sergeant Pepper’s dei Beatles, e Richard Hamilton con il quadro Swingeing London III che raffigura l’arresto per possesso di droga del gallerista Robert Fraser e Mick Jagger di ritorno da un party a casa di Keith Richard.
In queste poche tele, nella musica che le accompagna, vive tutta una città, una cultura, un mondo in costante oscillazione tra rock e pop, impegno sociale e vita mondana, paradiso e inferno.

E tornando sui miei passi, ripassando accanto ai quadri già visti, fissando con cura nella memoria il nome di artisti fino a oggi del tutto sconosciuti, sento di aver compiuto un vero e proprio salto temporale. Non tanto un viaggio artistico, quanto un viaggio epocale. Alla scoperta dell’altra faccia del pop e dell’altra faccia del rock.

La mostra, oltre a essere veramente ben ideata e ben progettata, si contraddistingue anche, nel panorama milanese, per il sapiente uso delle luci che trasformano le opere esposte in palcoscenici lasciando in ombra il pubblico, felice di applaudire dal parterre.

Museo della Permanente
Via Filippo Turati 34 – Milano
Fino al 12 febbraio 2012
Costo del biglietto: 6€

(Nel biglietto sono compresi l’audioguida e l’accesso alla mostra Disegni della città in fiamme di Graham Sutherland)

6 thoughts on “106 – La pittura è rock. O forse pop.

  1. Passato anch’io con moglie e amici giovedì scorso. Sono le mostre che mi piacciono, godibili e con un filo logico che te le fa apprezzare pienamente. Curioso che gran parte delle opere siano provenienti da musei e collezioni lombarde (es: Museo d’Arte contemporanea di Lissone). nsomma, tante volte basta guardarsi vicino per trovare tante chicche. L’opera che più mi ha colpito è stata la Swingeing London di Hamilton con Jagger immortalato dopo l’arresto per stupefacenti: veramente un’icona. Ma i brividi ci sono stati ascoltando Riders on the storm.

    Mi piace

    • Sììììì!!!!!!!!!! Anche a me è piaciuta un sacco Swingeing London e anche Old Glory… Ma senti. Tu ti ricordi la canzone che si sentiva davanti a Swingeing London? Una era dei Velvet. Ma l’altra non riesco a ricordarmela. Ma voglio assolutamente risentirla… Ti prego. Aiutami. É da stamattina che cerco…
      Ciao Calbons!

      Mi piace

  2. Umh, vado a memoria, mi ricordo che hanno piazzato sul finire “Let’s spend the night togheter” dei Rolling Stones, spero che sia quello il pezzo che ti frulla in testa.Canzone censurata all’epoca. Poi c’era una specie di canzoncina che riprendeva le melodie beatlesiane, ma in quel caso penso che fosse farina del sacco di qualche compositore a cui è stato chiesto di far rivivere il pop inglese degli anni 60. ciao Ale!

    Mi piace

    • Grandissimo buongiorno,
      ma come si incappa per caso in un simile articolo?
      A ogni modo, sinceramente, sì. Mi pare un’emerita cazzata.
      Anche se Pollock trovo che sia ampiamente sopravvalutato, decisamente inutile, terribilmente brutto. Ma, ovviamente, è solo un giudizio estetico, dettato da totale incomprensione.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...