104 – Breve intermezzo che non conta. Ed è quasi Natale


Nella Grand Place le lucine dell’albero grande danzano contro la facciata dell’Hotel de Ville sulle note di Strauss.
Place St Catherine profuma di quiche salata, wusterl alla piastra e stufato alsaziano.
Il rosso e l’oro si confrontano nelle cioccolaterie del centro, dolci e ammiccanti alle prime luci della sera.
Intorno alla Borsa è un susseguirsi di pupazzetti, palle di vetro e waffles. Odore di cannella e di vino caldo.
Tintin (e i Puffi) mi saluta dietro alla vetrina stracolma. Lucido e colorato come una lacca vietnamita. Come le mie lacche vietnamite.

A volte uno pensa che è tornato per restare e, invece, deve subito ripartire.
A volte uno pensa che viaggiare sia sempre una festa. E poi, invece, ci sono anche i viaggi che mettono ansia. A volte uno si costruisce dei castelli. E poi le cose vanno meglio di come devono andare. A volte uno si ritrova a Bruxelles. Anche se avrebbe preferito rimanere a casa. A cucinare biscotti e sfornare tortine. Perché è quasi Natale ed è tempo di riaprire le scatole colorate. Tirare fuori le formine vecchie e quelle nuove appena arrivate. Riaccendere il forno e riempire i sacchetti.

A volte uno scopre che ritrovarsi a Bruxelles in un giorno qualunque di novembre, quasi Natale, non è tanto male. Surreale, senza senso, strano, paradossale. Ma non tanto male.
Ed è, comunque, quasi Natale.


A Bruxelles ci sono già stata. Milioni di anni fa. Circa 18. Anche allora mi ero appena tagliata i capelli. Indossavo camicie a quadri e All Star bianche. Mi ero appena innamorata. E non sapevo di essere di fronte a una svolta epocale. Era ancora adolescenza. Ed era ancora tutto epico.

Di Bruxelles ho un ricordo vago, lontano, sfuggente. Ricordo sprazzi di immagini. Come un quadro divisionista a cui manchi la visione d’insieme. Ricordo, invece, i miei compagni, i giochi, gli scherzi. Ricordo le confessioni, un cagnolino di peluche dimenticato in una stanza d’albergo. Un corteggiamento finito male. E ricordo una telefonata fatta al rientro in Italia. Una voce calda all’altro capo della cornetta. Una cabina del telefono sgangherata. 200 lire per parole velocissime.
Bruxelles era un pretesto. Allora come oggi. Per fare altro. Per vedere altro. Per sognare altro.

Bruxelles non era importante. E non lo è stata neppure questa volta.
Nonostante le luci del Natale. L’atmosfera calda che sapeva di spezie e cannella. I biscotti profumati e il cioccolato che ricopriva tutta la scala dei marroni, dei beige e dei bianchi.
Non è stata importante nonostante il suo centro storico vivo e antico.
Le birrerie coi camini accesi, il fuoco scoppiettante, le birre dolci e morbide. Nonostante Tintin, i Puffi, Magritte, moules et frites nei ristoranti per i turisti e le ostriche in aeroporto come signori d’altri tempi.

E non lo è stata. Nonostante il cielo azzurro che toglie il fiato. Che a guardarlo troppo intensamente sembra finto, ritoccato con Photoshop, aumenta contrasto.

Bruxelles in una qualunque giornata di novembre, quasi Natale, è stata solo un pretesto… Per sognare altro.

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