83 – Fermata Duomo, apertura porte a destra

Sono tornata. Sono stata via per un po’. Ma ora sono qui. Per un altro po’. Almeno sei giorni. Che chissà poi dove va la gente quando sta via per un po’. Da qualche parte va. Sicuro.
Io dov’ero non lo so troppo bene. In giro. A cercare qualcosa. Alla fine non ho trovato nulla. Forse ho anche perso qualcosa che mi apparteneva. Ma ormai sono qui e tanto vale metterci una pietra sopra. E così ho fatto.
Nel frattempo, il resto del mondo mi è rimasto intorno. Le cose belle erano e sono ancora qui. Solo che non avevo tempo di guardarle. Ecco perché non ero qui. Perché non avevo tempo di starci qui. C’era qualcosa che mi attirava di più di tutto il resto.
Ora ho tutto il tempo. E, soprattutto, sono felice di essere tornata.

In Duomo non ci vado da mesi. Fatta eccezione per il concerto pre-ballottaggio e per la festa in onore di Pisapia dopo la vittoria, il centro è off limits. Non mi interessa. E’ triste e banale. Sempre uguale a se stesso. Mi annoia. E nel mio periodo via di tutto avevo bisogno fuorché della noia.
Eppure c’era una cosa che monitoravo da settimane, nonostante tutto. Un evento, un’iniziativa, un’idea.
Un’idea geniale. Un’idea newyorkese. Un’idea meravigliosa nella sua semplicità:
trasformare la fermata Duomo della metropolitana milanese in una galleria d’arte. Arte underground. Come la metropolitana di Londra. Come il film di Kusturika.

Era da un po’ che volevo visitare questa galleria sotterranea. Nata non per amore dell’arte (o non solo), ma per rispondere a una precisa esigenza di mercato: trovare un modo nuovo, diverso di comunicare. Di “fare pubblicità”.
E alla fine ci sono andata.

I soggetti coinvolti:
– un’agenzia di pubblicità piccola piccola che si definisce il primo laboratorio ri-creativo d’Italia: I biscotti comunicano– Una delle ideatrici dell’iniziativa che mi ha segnalato il progetto: A.R.
– Una grossa azienda con l’esigenza di cambiare strategia di comunicazione per proporsi sul mercato con un’immagine nuova (forse non è proprio così. Ma immagino che un’azienda che accetti una proposta simile abbia in mente proprio qualcosa del genere): Easy Jet
– Un labirinto di gallerie metropolitane tristi e vuote: la stazione della metropolitana del Duomo, Galleria Civica
– 36 artisti che hanno prestato al progetto la loro firma e la loro arte (4 dei dipinti presenti sono stati realizzati dal vivo)
– Un’associazione onlus a cui andrà tutto il ricavato della vendita dei quadri, una volta terminata l’esposizione, tramite asta su E-Bay: Spazio Prevenzione Onlus.



Il risultato è qualcosa che a Milano non si è mai visto: il rallentamento.
Gente che rallenta per guardare. Come ci si ferma a guardare due che litigano. O un incidente. Con quell’atteggiamento lì. Come a dire: e ora? Che succede?
La mano rallenta la presa dal cellulare. Lo sguardo viene catturato dal colore. I volti si incrociano stupiti. Gli automi assumono l’aspetto di una specie di umanità primordiale. È questione di un attimo. A Milano non ci si ferma mai. Ma quell’attimo vale la pena di essere visto.
Perché forse, a forza di attimi, a spese delle multinazionali, grazie alle idee geniali di persone geniali, Milano può diventare un po’ New York. Le metropolitane squallide gallerie d’arte. I milanesi belli. Anche alle sette di lunedì mattino.

Per saperne di più

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