81 – Maggio arancione

Non parlo di politica. Anche se la politica fa parte della mia vita sin da quando ero adolescente. E credevo che con la rivoluzione avremmo cambiato il mondo. Ma qui non parlo di politica. Perché la politica ha in sé qualcosa di polveroso. Roba da salotti cafoni che si strillano addosso. E non mi piace. Non è scintillante. Non ha quel fascino glorioso delle cose che mi lasciano a bocca aperta. Con gli occhi sgranati e il groppo in gola. Alla politica manca lo scintillio. Alla politica italiana, oltre allo scintillio, manca anche la fantasia del sogno. E’ morta da decenni. E si trascina stancamente da una rete televisiva all’altra. In una tristezza infinita di grigi. Grigio squallore.

Ieri sera a Milano c’erano due arcobaleni. In un cielo blu cobalto che sapeva di elettricità due arcobaleni perfetti. A unire i palazzi. Gli alberi. I cortili. I monumenti. Lo sguardo della gente. Tutto rivolto verso il medesimo incanto. Perché gli arcobaleni, le rare volte in cui appaiono, sono effimeri. Mentre i due arcobaleni milanesi duravano all’infinito.
Ed eravamo una cosa sola. Tutti quanti. Io sotto le gru col cuore in fiamme e quelli lì sotto, accalcati sulla metro rossa diventata arancione. A rincorrere il sogno di una città nuova. Stavo arrivando. Stavamo andando tutti lì.
Milano è diventata arancione. Una città con un cuore. Dove la gente ha voglia ancora di dirsi: prego, passi pure!

Pisapia, fino allo scorso anno, lo conoscevano in pochi. L’avvocato penalista che difese la famiglia di Carlo Giuliani e che a un certo punto decise che voleva fare il sindaco.
Cosa vuoi fare da grande? Voglio diventare il sindaco di Milano.
Accidenti!!!! E come si diventa sindaco di Milano?

Già. Come si diventa sindaco di una città che per vent’anni è rimasta chiusa in una specie di gabbia d’acciaio, completo blu e camicia bianca. Una città che si è lavorato affinché diventasse intollerante, ignorante, gretta, senza scopo. Una città che non ha aperto le sue porte al mondo esterno. Ma si è chiusa in un provincialismo italiota da paese di provincia.
Niente colori. Niente sapori. Niente suoni per la strada.
Nessuna capacità di far diventare glamour la periferia.
Poveri coi poveri, ricchi coi ricchi.
Bianchi coi bianchi. Neri coi neri.
Tristi coi tristi (in quello tutti uniti).

E a un certo punto qualcosa è cambiato. I palloncini arancioni hanno invaso la città. Spillette, magliette, slogan, cappellini arancioni. La politica è diventata tendenza. Con un fascino irresistibile. Pulita. Con il viso gentile di Giuliano Pisapia. Il facinoroso di sinistra che parla una lingua chiara. Con un tono pacato.
Lui non sembra uno spalatore di merda. Ma neppure uno che spala la neve.
Sembra uno che a un certo punto ha avuto la possibilità di creare un sogno e di farlo diventare realtà. Il pifferaio magico. Stiamo seguendo le note melodiose del suo piffero. Libererà la città dai ratti. Ma salverà anche i bambini. Tutti i bambini meravigliosi che credono nelle favole. E che ballano, allegramente ballano, la sua musica.
Riprendiamoci Milano. Milano libera tutti. Libera libera Milano, oh Giuliano, libera Milano!
E tutta Italia è diventata Milano. Perché liberare Milano significa davvero liberare tutti. E il soffio gentile del vento degli altri che soffia su di noi io lo sento fortissimo. Lo percepisco in mezzo all’alito pesante di quegli altri che gettano fango senza polvere di stelle.

Ieri sera, dopo il temporale dei tuoni spaccatimpano, dopo quei due arcobaleni che a Milano non si vedono da anni, dopo quel cielo cobalto ed elettrico, dopo tutto quello che era stato, eravamo tutti in piazza Duomo. Nonostante la pioggia. Sotto la pioggia e poi sotto a un cielo che andava schiarendosi. Eravamo là. A ridere. A cantare. A ballare. E a guardarci stupiti. Perché noi sul carro dei vincitori non ci siamo saliti mai. E anche ora non riusciamo a credere, davvero, che potrebbe succedere. E che se anche non dovesse andare… urka! Ma quanti eravamo??? Quanta gente c’era?

E loro possono dire che erano i centri sociali. Gli zingari. Gli arabi. I ragazzi violenti delle frange estreme.
Ma in quella piazza ieri sera, ad ascoltare Giuliano, a dire a Giuliano liberaci, libera tutti, non c’erano i centri sociali, i rom, i terroristi islamici. C’era una città di vecchi e bambini. Di famiglie borghesi e proletarie. C’erano gli studenti. I cococo. I contratti a tempo determinato e indeterminato. C’erano i ricchi, i poveri, i medi. C’erano tutte le generazioni. C’erano le magliette arancioni che Milano sta sfoderando da settimane. Le spillette. I palloncini.
In quella piazza ieri sera c’era tutta l’Italia che è stanca. Che ha bisogno di una ventata di aria fresca. Di una politica pulita. O che almeno ci provi a essere pulita.

E in quella piazza ieri sera io c’ero. C’ero perché sentivo il vento della storia soffiarmi addosso. C’ero per il resto d’Italia. Per quelli che il giorno delle elezioni mi hanno mandato un messaggio “siamo con te Milano”. C’ero perché questa politica arancione è fantasiosa, affascinante, di tendenza. E’ una politica glamour che, però, parla di cose. Cose in cui credo e che condivido.
E’ divertente. E’ tecnologica. E’ molto americana. E’ coinvolgente. E’ Twitter. E’ Facebook. E’ Four Square. E’ centri sociali. Soprattutto, è pop. Pop nel senso wharoliano del termine. Priva di retorica. Ironica. Autoironica.
Questa è la politica che amo. Quella delle rivoluzioni che cambiano il mondo.

E sebbene non sia così stupida da pensare che davvero un uomo solo al comando possa cambiare il mondo. Sebbene conosca il potere dell’anello e i suoi effetti sull’uomo, ecco, per questa Milano mai vista, con gli occhi spalancati e il cuore a 2000 all’ora, per tutto quello che è successo in questo maggio di cielo azzurro e strade arancioni, per questa politica pulita, questa volta voglio mettere oltre che la X anche la speranza. Perché non può davvero piovere per sempre. E se anche piove, alcune volte, sbuca un arcobaleno. Due arcobaleni. A unire i palazzi. Gli alberi. I cortili. I monumenti. Lo sguardo della gente. Tutto rivolto verso il medesimo incanto.
Comunque vada.

Giuliano Pisapia
E’ tutta colpa di Pisapia

2 thoughts on “81 – Maggio arancione

    • Ho riflettuto a lungo se cestinare o meno il tuo commento. I tuoi tre link. Il tuo pensiero.
      Poi mi sono detta che se l’avessi fatta sarei diventata… Poi mi sono detta che sono contraria a ogni forma di censura. Anche laddove ce ne sarebbe bisogno. Come in questo caso.

      Non so se il tuo obiettivo era far conoscere il tuo blog, contestare il mio post (potevi contestarlo qui, cmq) o fare campagna elettorale.

      In ogni caso perché pubblicare tre link pro Moratti quando è evidente quello che è il mio pensiero? Per par condicio? Questo è il mio spazio, il mio blog. Non devo dare voce anche a voi. Non so obbligata a farlo.
      Tu hai il tuo spazio. Fatti conoscere attraverso diversi canali.
      Oppure commenta quello che ho scritto, utilizzando lo spazio che hai a disposizione qui sotto.

      So che tu, probabilmente, avresti censurato il mio commento. Ma per fortuna, io sono diversa.
      E tollero anche la gente che la pensa diversamente da me.
      PERSINO A CASA MIA.

      Mi piace

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