68 – Il mio fuori salone: la Triennale


A me agli eventi del Fuori Salone piace andarci da sola.
Mi piace l’immagine di me in mezzo a tutta quella gente con l’aria sperduta, incuriosita dagli abiti dai cappelli (chissà perché durante la Settimana del Design tutti amano sfoderare cappelli improbabili) dalle borse. Dalle ragazze con le gambe lunghe e le scarpe basse. Le macchine fotografiche. Le chiacchiere di superficie.
Mi piace la gente che frequenta il Fuori Salone. Mi piace l’idea che stiano recitando una parte.
Anche io recito. La parte della turista. Dell’anima solitaria.
Essere lì da sola mi aiuta a pensare. Mi fa star bene.
Come mangiare da sola al ristorante. Prendere da sola l’aereo. Andare da sola al cinema. Leggere da sola un libro alla fermata dell’autobus. Bere da sola una birra al parco.
Gioco a essere quello che non sono. Cammino leggera in mezza alla folla. Sono invisibile e questo mi rende immortale. Mi costruisco un’immagine di me che mi piace.
Un’immagine a basso profilo, che non vuole affatto competere con il bello e lo stravagante che mi circonda. Sono una fantasma in mezzo a gente viva. E’ una sensazione meravigliosa.
Agli eventi del Fuori Salone mi piace andarci da sola. Perché quello che vedo può interessarmi davvero se mi interessa. O non piacermi davvero se non mi piace. Senza dover giustificare il mio giudizio con nessuno. Senza doverlo condividere per forza.

Oggi era la giornata di inaugurazione della Week Design stagione 2011 e io ho deciso di andare in Triennale, uno degli spazi museali milanesi che preferisco, dove l’opening party prevedeva design e musica (si è esibita la Magicaboola Brass Band) fino a mezzanotte.
Queste sono le cose che mi sono piaciute. Non perché necessariamente fossero le migliori. Ma perché mi hanno catapultato in altri mondi. Altri spazi possibili. Altre realtà.

YII – Craft and Design from Taiwan:
come in un bosco incantato fatto di alberi morbidi al profumo di plastica. Camminavo spingendo con le mani i salsicciotti trasparenti appesi al soffitto e pensavo a quanto mi sarebbe piaciuto trascorrere una serata in un locale fatto così. Dove la gente si intravede ma non si vede mai veramente. Dove i tavoli sono collocati negli spazi lasciati liberi dai salsicciotti. Dove si creano delle isole personali che non bisogna necessariamente condividere. Per sentirsi protetti da sguardi indiscreti. Le poltrone, i tavoli, i divani (la maggior parte dei quali realizzati in bambù) non li ho guardati con molta attenzione. Mi sono soffermata sull’atmosfera sospesa creata dalla plastica. E mi è piaciuto moltissimo.

Karim Rashid:
Karim Rashim non sapevo neppure chi fosse. Apprendo adesso che è un guru del design. Uno degli artisti più affermati e quotati nel panorama internazionale.
A me sono piaciute le sue forme arrotondate. Le poltrone in plastica dura dalle linee morbide. Il divano dell’amore. Il casco da parrucchiere avvolgente come il guscio di una tartaruga. I colori sgargianti. Le mille possibilità di combinazione. Passeggiando tra le sue creazioni, pensavo a una casa del futuro tipo quella di 2001 Odissea nello Spazio. E invece molte delle sue opere sono state utilizzate per arredare negozi vintage dove potrei perdermi per ore. Mi sono venuti in mente i negozi di Chelsea. E ho sorriso…


La ceramica italiana:
aspettare il tram sotto a una specie di pensilina colorata, che riflette l’immagine all’infinito con strani giochi di proporzione. Il tutto realizzato in ceramica. La ceramica italiana, usata per mille scopi in mille modi differenti.
Non è il mondo fantastico in questo caso ad avermi colpito. Ma l’universo fatto di colori dentro cui mi sono sentita catapultata. Anche quando si stava parlando di cessi.


Interface FLOR:
nascosta dietro una parete di tazzine, scoperta questa per caso, questa è una delle sale più belle che ho visto. L’azienda è leader mondiale nella produzione di “pavimenti tessili modulari” che non idea di cosa significhi. L’installazione è una specie di alveare asettico dentro cui perdersi che riflette le immagini moltiplicandole all’infinito. La sensazione è di assoluto relax. Ci sarei rimasta per ore, a guardare la mia immagine spezzettarsi e scomparire, camminando attraverso un labirinto bianco di un’era futuribile.

Al Fuori Salone mi piace andarci da sola.
Non capisco tutto quello che vedo. E non cerco di vedere tutto. Non mi interessa conoscere l’artista. Non voglio prendere parte all’evento più trendy. L’aperitivo più gettonato.
Mi piace perdermi tra i look delle persone. Ascoltare le parole straniere di lingue che non conosco.
Mi piacciono i ragazzi coi cappelli a tesa larga e le ragazze con le scarpe basse e lo smartphone in mano.
Mi piace l’aria di sufficienza che ostentano. La noia finta che si disegnano in faccia. O la competenza eccessiva rispetto a quello che vedono. Mi piace che si domandino tra di loro “e adesso dove andiamo?“.
Mi piace che aggiornino i social network in tempo reale: bella cagata, questo non è design, se non hai l’app non sei cool….
Lo faccio anche io. Ma solo per imitarli.
Perché io sono invisibile.
Eppure sono qui. E mi piace far parte di questo caleidoscopio di realtà.
Alla ricerca del bello perfetto.

Dicono che nel 2014 la Settimana del Design sarà spostata a Colonia. Non so se sia vero. Ma Milano non avrebbe mai dovuto perdere questo privilegio. Che per una volta la distingueva da tutte le altre città.

Fuorisalone 2011
Milano 12-17 aprile 2011

Altre foto….

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