59 – La musica è finita, gli amici se ne vanno


La Casa 139, in via Ripamonti 139, la frequentavo nella tarda post adolescenza.
Arrivavamo in massa. Sul tardi. Le undici, mezzanotte, mezzanotte e mezza. Era inverno. Non mi sembra di esserci mai stata in estate. Ricordo giacche, cappelli, guanti, sciarpe. Sigarette accese mentre si racimolavano i soldi. Cinque mila lire, dieci mila lire, mi presti mille lire, ce l’hai una paglia…
La coda era veloce. Si entrava, si pagava. Via il cappotto, la sciarpa, i guanti, il cappello. Una birra. Un cocktail. Un’altra sigaretta.
Sono passati anni. Secoli. Non ricordo bene nemmeno il posto.
Un ingresso spazioso. Mi sembra lievemente aristocratico. Una scala.
Il bar era al primo piano. Un bancone non troppo lungo. Poi una piccola saletta con dei tavolini.
E di fianco uno spazio per ballare.
Noi eravamo sempre tanti. Di solito tutti. Ballavamo. Come in tranche. Noi ragazze ballavamo in quel nostro modo speciale. Avvinghiandoci e abbracciandoci. Guardandoci negli occhi fissi.
Era il nostro modo speciale di dirci che stavamo troppo bene. Che era perfetto così. Che non volevamo nient’altro al mondo.
Se qualcosa non andava, abbassavamo lo sguardo. Ballando da sole. Con i capelli sulla faccia.

La Casa 139, come si può leggere anche dal sito, è stata messa sotto sequestro. Io l’ho scoperto leggendo i post su Facebook di oggi. Post sconcertati. Di gente che non capisce perché Milano distrugga tutto quello che la rende speciale. Perché sia così facile sbarazzarsi dei pezzetti di storia. Come se non contassero nulla.
A me non mancherà. Non ci vado da anni. Ma la Casa 139 è stata parte del mio passato. Ed era un bel posto. Un posto in cui stare assieme. Ascoltare musica. Vivere e morire.

Un amico ha condiviso questo link, che riporto, in cui Angelo Brezza, presidente della Casa 139, spiega ai microfoni di Patchanka i motivi del sequestro. Si tratta, in estrema sintesi, di un problema burocratico legato al tesseramento ARCI (problema che, a turno, hanno vissuto tutti i circoli ARCI milanesi) e che ha portato alla chiusura del locale.
In superficie. In profondità, lo dice chiaramente Brezza e io condivido pienamente, è un ulteriore modo che il Comune di Milano utilizza per mettere i sigilli alla musica, per chiudere le porte dei luoghi considerati “sovversivi”. Non perché siano effettivamente sovversivi (a Milano di sovversivo non è rimasto, ormai, più nulla). Ma perché al di fuori del controllo del pensiero.
Non so perché… ma mi viene in mente V per Vendetta.

In ogni caso, in un Paese in cui tutti rubano, frodano, nascondono, un luogo storico di Milano chiude i battenti. Li chiude per motivi burocratici. Li chiude perché questa è una città ipocrita e vigliacca. Una città triste. Che non si capisce bene in che direzione stia andando.

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