58 – Il cigno nero


A 7 o 8 anni ho frequentato un corso di danza. Mai scelta fu meno azzeccata. Primo, anche in formato minion, non avevo né il fisico né la grazia della ballerina. Secondo, raccogliere capelli ricci e ribelli in uno chignon alto è impresa ardua. Terzo, gli esercizi ripetuti all’infinito, apparentemente senza scopo, mi annoiavano a morte. Quarto, la danza non mi permetteva di far emergere quel desiderio di essere leader e al contempo gregario che ha accompagnato tutta la mia infanzia. Il bisogno eroico di morire per il punto. Il sacrificio come valore supremo dell’azione. Ero cresciuta a pane e Mimì Ayuara. E avevo imparato a memoria interi passi de I ragazzi della via Paal (“… Giovanni Boka guardò dritto davanti a sé. E per la prima volta, la sua anima di fanciullo capì quel che è veramente la vita. Per la quale noi, suoi schiavi, ora tristi ora lieti, moriamo“).
Non potevo essere l’aggraziata e altera ballerina. Pulita. Bianca e rosa. Fresca e ordinata.
Io ero il soldato nel fango. Sporca, cattiva, ribelle. Ma leale e generosa. Pronta a morire… Per la mia piccola patria oltre la linea gotica.
Fino a che un giorno mio padre arrivò a casa con un nuovo fumetto. E come tutte le decenni, per un attimo, sognai anche io, da grande, di danzare sulle punte.

Non ricordo più bene che fumetto fosse. Quello che ricordo era la storia di Tania. Una ragazzina bionda (e riccia) che viveva per la danza. La scuola, le chiacchiere (poche) con le amiche, la famiglia… Erano tutti accessori. Quello che Tania sognava davvero e voleva più di ogni altra cosa era ballare. Indossare un tutù e lasciarsi andare dolcemente.
Tania la solitaria. Tania la riflessiva. Tania la dolce. Tania l’aggraziata. Tania. Che era tutto quello che io non ero. E rappresentava quel genere di persona che riesce a entrare nella vita degli altri con passo leggero. Che lievemente sorride. Che accende i riflettori su se stessa senza accecare gli altri.
Al liceo ho conosciuto una persona così. E me ne sono innamorata perdutamente. L’alter ego di me stessa. Lo chignon composto da cui prendevo ispirazione. E che tuttora osservo. Nonostante la sicurezza acquisita degli anni e dell’accettazione di sé.

Il cigno nero, Black Swan, con Natalie Portman fresca fresca di Oscar (miglior attrice protagonista 2011), Vincent Cassel in stato di grazia, Winona Ryder in un cammeo che non le rende affatto giustizia e Mila Kunis nel ruolo del cigno nero (o presunto cigno nero), racconta una storia così. La storia di anime che lottano per venire fuori. Cigni neri imprigionati dentro corpi bianchi. E corpi neri nascosti dietro cigni bianchi.
Racconta della lotta titanica tra i mille io che siamo. Della necessità di uccidere continuamente la parte che non accettiamo di essere. O che vorremmo disperatamente essere ma non riusciamo a far emergere come vogliamo.
Racconta l’ammirazione per il diverso. Il fascino che il diverso suscita su di noi. Ma anche la repulsione dovuta alla paura. L’avvicinamento e il rifiuto. E’ una storia d’amore. E di odio.

Nina, la protagonista, cappottino rosa, spalle da uccellino, chignon alto e due fili di capelli lungo le guance, viene scelta come prima ballerina per interpretare il ruolo di cigno bianco, che le calza a pennello, e di cigno nero, che la mette in crisi, nel Lago dei Cigni.
Nina, due dita in gola per vomitare, unghie piantate nella schiena per farsi male, è dolce e fragile, insicura e bellissima. Ma Thomas la sceglie perché intravede in lei il lato oscuro. E vuole farlo emergere. In un gioco perverso in cui la discesa agli inferi è la condizione necessaria per raggiungere la perfezione. Quella stessa perfezione che Nina, all’inizio, pensava di poter raggiungere senza sporcarsi le mani, col semplice sudore della fronte.

In mezzo a tutto questo, c’è la danza. Braccia sinuose che si muovono con grazia. Piedi calzati da scarpette solo in apparenza “semplici”. Tutù, coprispalla, magliette lunghe su leggins chiari. C’è New York che scivola via oscura nella metropolitana. C’è il Lincoln Theatre. Ci sono pianoforti e violini. Esercizi e ripetizioni infinite. C’è una madre ossessiva e ossessionata. E c’è la tensione. Il filo di ansia che non abbandona mai la scena. Nemmeno quando Nina sorride e si muove leggiadra su tavole di legno, su e giù sulle punte insanguinate.
C’è tutto questo.
E quella voglia di averci provato. A essere leggiadra entrando con delicatezza nella vita degli altri. Senza accecarli.

IL CIGNO NERO
Regia di Darren Aronofsky
Con Natalie Portman (Nina), Vincent Cassel (Thomas), Mila Kunis (Lily) Winona Ryder

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