47 – Camminando per Santa Fe


Sistemavo vecchie carte ieri, mappe, piantine, leaflet, menu, ricordi di posti visti, cose fatte, strade attraversate, sogni consumati e mi ritrovo in mano il catalogo della William & Joseph Gallery di Santa Fe, New Mexico, Land of Enchantment.
Quello nel South West americano è stato uno dei viaggi più intensi della mia vita. Quello che ricordo con maggior passione, movimento, stordimento del cuore.
La sensazione di tornare in posti già visti, di incontrare facce conosciute, di pensare pensieri già pensati.
La certezza di ripercorrere sentieri mentali, impressioni dell’anima, miti dell’infanzia.
Come un déjà-vu onirico lungo strade deserte, terra rossa e cieli incontaminati.

La decisione di fermarci anche a Santa Fe (e sconfinare, quindi, dal Colorado al New Mexico) è stata presa all’ultimo momento. Ecco perché odio i viaggi organizzati che ti precludono la possibilità di scartare di lato, quando sei stanco della retta via!
Santa Fe è piccola, una grande piazza al centro circondata da case di adobe da cui partono le vie principali, anch’esse contornate dal mattone rossiccio che contraddistingue l’architettura locale.
Non c’è molto da fare. La sera sembra una città fantasma, di giorno si cammina sospesi in una dimensione senza tempo. Qui il Sud del Messico si unisce alla storia americana fatta di stermini e violenza, il tutto avvolto da una coperta esoterica di poteri ancestrali che è difficile da spiegare.
Sulle panchine siedono vecchi hippies capelloni e finti artisti, barboni, clochard, gente di vita. Ma non sono loro a conferire alla città quel suo clima particolare. Il vento caldo del deserto soffia attraverso le case, spettina i capelli dei venditori ambulanti seduti all’ombra di antichi portici, fa girare le eliche dei vortici nei negozi alternativi. E’ lui che confonde i pensieri e solleva quel senso di sospensione spazio-temporale da cui non è possibile sottrarsi. E’ lui che rende unica Santa Fe.



A Santa Fe, nella zona delle gallerie d’arte (perché Santa Fe è città d’arte), mi sono imbattuta nella William & Joseph Gallery e nella William & Joseph Gallery ho conosciuto le opere di Barrett DeBusk, artista texano che crea deliziose sculture grafiche di ferro.
E’ suo il catalogo ritrovato ieri mettendo a posto tra le carte della memoria.
Le sculture di DeBusk sono piccoli tocchi di ironia sulle pareti bianche o nelle stanze vuote. I suoi personaggi (ballerini, suonatori di sax, cantanti, amanti, bambine in altalena…) sono animati da una joie de vivre che li rende immediatamente simpatici, gente di cui ti vorresti circondare per allietare i momenti bui e le serate noiose.
Le opere più belle, secondo me, sono i quadri-scultura. Piccoli capolavori da appendere al muro che si animano con i giochi di luce, il contrasto dei pieni e dei vuoti, il teatrino delle ombre.



Ricordo che ne volevo una assolutamente. Non che davvero volessi comprarla (ancora non riesco a credere che si “possa comprare l’arte” che per me è e rimarrà sempre un “fatto pubblico”). Ma la volevo. La immaginavo appesa sulla parete del soggiorno. Immaginavo di tornare a casa e trovarmela lì, sorridente ad aspettarmi. Come un cucciolo festoso.
Così mi sono fatta dare il catologo che ho “gelosamente dimenticato” tra le carte dei ricordi per oltre 2 anni.
DeBusk continua a piacermi tantissimo. Non so se lui abbia fatto strada. Se le sue opere valgano di più. Non so nemmeno se lui possa davvero vantare delle doti artistiche. Non sono un critico e non mi interessa il ruolo. Adoro le sue creazioni. Prima o poi, quando imparerò che le opere d’arte hanno un valore di mercato e si possono comprare, ne avrò una in casa mia.
Per il momento… il catalogo è sufficiente.

Buon anno a tutti… di 1974 cose!

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