5 – Somewhere

Oggi era una giornata tutta per me.
E me la volevo godere tutta. Fino in fondo. C’era anche quel cielo settembrino che sa di autunno, crepuscolare, ma non troppo.
Milano era viva. La Settimana della Moda era ovunque. E io ci passavo in mezzo. Spettatrice incuriosita. Ma con leggerezza.
Guardavo il flusso di gente in Galleria Vittorio Emanuele. L’infinita varietà umana con quelle piccole perle di bellezza che spiccavano come macchie rosse in un film in bianco e nero.
All’Ottagono sfilavano corpi sinuosi, lo sguardo ieratico e la mano sul fianco. Flash e scatti improvvisati e una folla accalcata intorno al palco.

Stavo andando a vedere Somewhere di Sofia Coppola. Passo e veloce, ma sguardo attento. Per cogliere il dettaglio.
Il cinema – Multisala Odeon, via Santa Redegonda, Sala 7  – era semideserto. Vecchi, adolescenti e io.
Adoro le sale vuote del pomeriggio. Rimanermene seduta ad aspettare i trailer. Unica spettatrice nelle prime 10 file, posizione centrale. Quel mondo è tutto mio. Non devo condividerlo. I pensieri mi appartengono. Gli altri, la confusione, le risate, il gioco, la tristezza… Tutto rimane fuori. E io sono dentro ad aspettare che cominci il film. La sensazione è di compenetrazione. Non saprei come altro definirla. Come se io riuscissi a entrare in me stessa.
Poi si spengono le luci. La magia un po’ finisce. Ma rimane quel senso di limbo e il pensiero strisciante che sta per succedere qualcosa di illegale.
Ultimamente al cinema vado poco. Non ho tempo. E non mi piace andarci con altri.
Somewhere lo volevo vedere perché è ambientato allo Chateau Marmont a Los Angeles.
Quest’estate, durante il mio viaggio californiano, ero andata a visitarlo. Non sapevo nulla di questo posto. Ma da qualche parte avevo letto che era un posto mitico, con una lunga storia di trasgressione e arte. Così una mattina di sole accesso parcheggiamo la macchina di fronte al Viper Room e percorriamo il Sunset Blvd per tutta la distanza che ci separa dall’albergo.
E’ stata la mattina che ho amato Los Angeles. Che l’ho capita un po’ di più. Sebbene il Sunset fosse pressoché deserto e noi avessimo solo camminato lungo un marciapiede fotografando quello che incontravamo lungo la strada. Quella mattina la città era meravigliosa e io la amavo profondamente. Amore effimero. Ma tutti gli amori, anche quelli che durano poco, lasciano un segno.





Lo Chateau Marmont esternamente è un luogo anonimo. Svetta il bianco della struttura che sovrasta gli alberi. Ma per il resto non si vede nulla. Noi ce ne siamo rimasti lì a decidere se entrare o meno. Eravamo delusi. Forse ci aspettavamo qualcosa di profondamente diverso e ce ne siamo andati.
Qualche giorno dopo questa visita, ho iniziato a leggere un libro che mi avevano regalato in previsione del mio viaggio in California. Si intitola Los Angeles, è edito Feltrinelli ed è stato scritto da A.M. Homes. Delle sue 144 pagine, almeno un centinaio sono di una noia mortale. Le prime, però, valgono tutta la fatica di arrivare sino alla fine. La scrittrice è nata a Washington, ma vive a New York dove insegna alla Columbia University. Viene incaricata da una rivista di viaggi (mi sembra) di scrivere di un posto a sua scelta. E le opta per Los Angeles. Che odia.
Qui soggiorna allo Chateau che diventa il centro focale del suo resoconto di viaggio, scenografia e materia di discussione.
Lo Chateau è l’hotel delle star, il posto dove Hollywood va a trasgredire. Nelle sue stanze, nei suoi ristoranti, in piscina, al bar, hanno soggiornato i personaggi più strampalati e tutti gli artisti, più o meno accreditati, prima o poi ci sono passati (è un rito di passaggio – scrive la Homes). E’ il luogo per eccellenza. Pieno di tutto. Soprattutto di fascino.
Così, la mia impressione di anonimato di quella mattina a L.A. stride fortemente con la realtà dei fatti. Eppure è reale e tangibile. E rende il tutto ancora più surreale.

Naturalmente, mentre ero a L.A. di Somewhere non avevo ancora sentito parlare. E l’impressione che mi ha fatto scoprire, tornando a Milano, che era ambientato in un posto che, in qualche modo, aveva rappresentato parte delle mie vacanze, è stata fortissima. Era come se si dovesse chiudere un cerchio. Un segnale. Non so ancora dire di cosa. Ma i cerchi si chiudono sempre e tutto ha un senso.
Avevo scoperto dell’esistenza dell’albergo per caso. Per caso mi era stato regalato un libro, mesi prima della mia partenza, che lo poneva al centro della scena. Per caso Sofia Coppola aveva ambientato lì il suo film e per caso il film era uscito in Italia nei giorni successivi al mio ritorno. Troppa casualità.

Il film è lentissimo e bellissimo. Tutto è normalità pervasa da una sorta di leggerezza cosmica. Le cose succedono ma senza clamore. Non ci sono colpi di scena, rivoluzioni, cambiamenti repentini. E’ uno scorrere lento di giornate, una dietro l’altra, durante le quali un padre-attore-stardihollywood e sua figlia undicenne imparano a conoscersi. O forse già si conoscevano. Ma questo non è importante. A dire il vero nulla è importante. E nel nulla le cose succedono. Come nella vita vera.
Come nella mia giornata di oggi. Il film è una metafora della mia giornata di oggi. Del medesimo distacco partecipato che sentivo verso le cose.
La bellezza che percepivo intorno a me, mescolata al banale quotidiano.

SOMEWHERE
Regia di Sofia Coppola
Vincitore della 67° edizione della Mostra del Cinema di Venezia 2010

LOS ANGELES
Di A.M. Homes
Feltrinelli, 2006

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